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Svizzera
Misure, oggi si decide. Cambierà qualcosa?
Marco Jäggli
6 anni fa
Il Consiglio federale annuncia oggi la sua strategia dopo una settimana di consultazioni. Analizziamo le possibili differenze rispetto a quanto presentato mercoledì scorso

Mercoledì scorso il Governo ha annunciato il suo piano di riaperture a tappe, che dovrebbe entrare in vigore a partire dal primo marzo. In questa data era prevista una riapertura dei negozi, musei biblioteche e archivi oltre che di alcune attività sportive, per poi passare a una possibile riapertura delle terrazze dei ristoranti il primo aprile. Il Consiglio federale si è dato comunque una settimana per valutare le sue scelte assieme ai Cantoni, tenendo un occhio sulla situazione epidemiologica. Anche se non si sa ancora l’orario preciso della Conferenza stampa, oggi l’Esecutivo prenderà la sua decisione definitiva. Dobbiamo aspettarci che cambi qualcosa? Facciamo una panoramica sulle diverse posizioni e proposte emerse in questa settimana.

Il parere dei Cantoni
Lunedì la Conferenza cantonale dei direttori della Sanità (CDS), ha comunicato la sua posizione: nonostante la maggioranza dei cantoni approvi la strategia a tappe del consiglio federale, 11 di essi chiedono tappe più brevi (con intervalli di due-tre settimane) e più certezze per settori come ristorazione e industria degli eventi. Anche il consiglio della CDS sostiene questa posizione. Una stretta maggioranza di cantoni vorrebbe anche la riapertura delle terrazze il primo marzo, con strette misure di sicurezza, un massimo di 4 persone al tavolo, tracciamento dei contatti e, se necessario, la presenza di un coprifuoco. Una minoranza vorrebbe inoltre riaprire cinema e teatri, se non dal primo marzo, almeno dal 15. La Conferenza ha però già annunciato che, se non fosse possibile, si allineerà alla posizione dell’Esecutivo di riaprire il primo aprile.

Economia e sindacati: pareri contrastanti
Non è un segreto che le associazioni economiche, Economisuisse in primis, vogliano velocizzare il processo di ritorno alla normalità, già prima dell’annuncio del 17 febbraio. Tra le richieste, anche qui, poter riaprire le aree esterne di bar e ristoranti già a inizio marzo e in generale tappe più veloci nella procedura a scaglioni. L’Usam inoltre chiede addirittura una riapertura totale dell’economia da inizio marzo, da controbilanciare con campagne di test intensificate. Di parere opposto invece i sindacati, che proprio ieri hanno rilasciato una nota in cui si chiedeva al Consiglio federale di “non far decidere alle imprese le tappe delle riaperture” per evitare di provocare una terza ondata che “sarebbe drammatica per il morale della popolazione, la salute dei dipendenti, la sicurezza dei pazienti e l’economia”.

Politica spaccata, ma più voci vogliono riaprire
A seguito dell’annuncio di mercoledì scorso si era assistito a una sostanziale spaccatura nel mondo della politica. Se il Partito socialista si è detto da subito soddisfatto per la strategia prudente e l’Alleanza del centro l’ha ritenuta “una buona base di partenza” (pur con alcune critiche), la presidente del Plr svizzero Petra Gössi ha manifestato insoddisfazione dichiarando che il Consiglio federale “dovrebbe assumersi le sue responsabilità” e stabilire criteri più chiari di ripartenza, basati su “indicatori specifici” come numero dei casi, occupazione degli ospedali, ecc. Chiara invece la posizione dell’Udc, che ormai da tempo chiede la riapertura dell’economia già dai primi di marzo e non lesina continui attacchi al Consigliere federale Alain Berset, ritenuto il primo responsabile della situazione. Intanto, il 19 febbraio la commissione della sicurezza sociale e della sanità del Consiglio nazionale, si è espressa a favore di una riapertura dei ristoranti “al più tardi il 22 marzo”.

Il Consiglio federale cambierà idea?
Escluso probabilmente un inasprimento delle misure, visto che la situazione epidemiologica a livello svizzero continua a migliorare, secondo la stampa d’Oltralpe sembra comunque difficile che il Consiglio federale cambi parere e decida per un’accelerazione, anche secondo quanto riferito da fonti vicine all’Esecutivo. La giustificazione rimane la stessa: come ribadito spesso anche dalla Task Force scientifica, si continua a temere l’aumento delle varianti, che secondo gli esperti se lasciate incontrollate potrebbero causare una terza ondata.

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