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L'intervento
Vitta alza il tiro con l'Italia: «Sui ristorni dei frontalieri serve un segnale chiaro»
©Chiara Zocchetti
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Redazione
11 ore fa
Il consigliere di Stato, al Corriere del Ticino, lancia una proposta destinata a far discutere: intervenire sui ristorni dei frontalieri come contromisura politica e finanziaria nei confronti di Roma

Le relazioni tra il Ticino e l'Italia tornano a farsi tese, e questa volta a dettare la linea è il consigliere di Stato Christian Vitta. In un’intervista rilasciata al Corriere del Ticino, il capo del Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE) lancia una proposta destinata a far discutere: intervenire sui ristorni dei frontalieri come contromisura politica e finanziaria nei confronti di Roma.

Il contesto: tensioni e tassa sulla salute

Alla base della riflessione di Vitta c'è il clima di forte attrito con il Belpaese, alimentato in particolare dalle recenti decisioni unilaterali italiane, come l'introduzione della cosiddetta «tassa sulla salute» per i lavoratori frontalieri. Secondo il consigliere di Stato, l'attuale fase dei rapporti bilaterali richiede una postura più ferma da parte del Cantone.

Vitta sottolinea che, sebbene i nuovi accordi fiscali siano entrati in vigore, la gestione del periodo transitorio e le continue «incertezze» provenienti da sud impongono una riflessione profonda. Non si tratta solo di una questione di cifre, ma di una strategia di difesa degli interessi cantonali in un momento in cui il dialogo diplomatico sembra faticare a produrre risultati concreti per il territorio.

La questione dei ristorni

Nell'intervista, Christian Vitta non usa giri di parole, affermando con decisione che «è giunto il momento di dare un segnale chiaro all’Italia» a fronte delle recenti tensioni fiscali. Commentando le scelte unilaterali di Roma, il Direttore del DFE sottolinea la necessità di una reazione ferma: «Le iniziative intraprese da Roma in queste settimane richiedono una ferma presa di posizione da parte svizzera». Di qui, appunto, la proposta di agire su una delle leve più sensibili del rapporto bilaterale: «Ritengo che questa cosiddetta “tassa sulla salute”, al di là del nome, rappresenta di fatto un’imposta introdotta dal Governo italiano a carico dei lavoratori frontalieri. Al riguardo, vorrei richiamare l’accordo sottoscritto tra Svizzera e Italia - recentemente aggiornato - sull’imposizione dei frontalieri, che all’articolo 9 prevede un’eccezione per i cosiddetti “vecchi frontalieri”, ai quali continua ad applicarsi il regime precedente. Ricordo che, in base a quel regime la Svizzera versa ogni anno all’Italia i cosiddetti ristorni sui frontalieri: si tratta di importi molto elevati, oltre 100 milioni di franchi annui solo per quanto riguarda il Canton Ticino. Alla base di questi versamenti vi è un principio chiaro sancito dall’accordo: il ristorno è riconosciuto perché dal lato italiano non viene prelevata alcuna imposta sui frontalieri (principio dell’imposizione esclusiva in Svizzera). Ora, con l’introduzione di una nuova imposta in Italia, come appunto questa “tassa sulla salute”, verrebbe meno uno dei presupposti dell’accordo. In questo scenario, la Svizzera deve far valere gli elementi tecnici e giuridici che possono portare a una decurtazione dei ristorni».

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