
Ci vollero 83 anni affinché la Diocesi di Lugano fosse riconosciuta come tale con il suo primo vescovo: l’allora amministratore apostolico Giuseppe Martinoli. Il culmine di questo percorso fu la convenzione, ancora oggi in essere, siglata nel 1968 fra il Consiglio federale e la Santa Sede, testo che separava le due circoscrizioni ecclesiastiche di Basilea e Lugano. Fra gli articoli dell’accordo veniva prescritto che il Vescovo di Lugano avrebbe dovuto essere nominato dalla Sante Sede e scelto tra i sacerdoti cittadini ticinesi. Articolo che oggi un gruppo di fedeli vorrebbe cambiare, per far sì che la scelta possa ricadere anche su prelati non autoctoni.
Una petizione per cambiare le regole
"Libertà di nomina del Vescovo di Lugano” è il titolo della petizione che chiede a Berna e al Vaticano “di rivedere la convenzione per lasciare libertà di nomina”. È arrivato quindi il momento di dare una svolta? Per Luigi Maffezzoli, giornalista e promotore della petizione, la risposta è affermativa: "Questa convenzione risale a un epoca completamente diversa da quella attuale", spiega a Ticinonews. "In passato quel cavillo aveva senso per tanti motivi: Lugano doveva staccarsi in modo definito e preciso da Basilea, non ci dovevano essere più sudditanze. Inoltre, in tempi di battaglie tra cattolici e anticlericali c'era la paura che il Papa mettesse una delle sue spie come Vescovo per controllare la politica ticinese. Tutte condizioni che oggi non ci sono più". È quindi il momento ideale per cambiare questa clausola: "In questo momento non abbiamo un Vescovo di Lugano e una decisione in tal senso non metterebbe in difficoltà nessun Vescovo", prosegue Maffezzoli. Inoltre, significa da parte della Santa Sede avere "libertà di accogliere questa proposta e discuterla con il Consiglio federale. Da parte di quest'ultimo credo che sia il momento giusto visto che Ignazio Cassis conosce la realtà e la Chiesa ticinese". Infine Alain De Reamy, attuale amministratore Apostolico, "ha dimostrato che può arrivare qualcuno da fuori e non esserci nessun problema".
L'intervista completa
Un po’ di storia
Sarebbe sbagliato immaginare che la sudditanza fin lì vissuta da Lugano nei confronti di Basilea fosse vissuta come un giogo. Piuttosto quegli 80 anni furono l’ultimo capitolo di un lungo processo di emancipazione delle parrocchie ticinesi da Como e Milano, a loro volta dapprima sotto controllo dell’Impero Austro-Ungarico, attraverso lo Stato vassallo del Regno Lombardo-Veneto, e in seguito del Regno d’Italia. Le ambizioni d’indipendenza delle parrocchie ticinesi s’inserivano nel contesto della nascita e dello sviluppo degli Stati nazione, in cui – nel caso ticinese e svizzero – si alternavano governi radicali e conservatori abitati da visioni divergenti sul ruolo della chiesa all’interno della società. L’accelerazione avvenne nella seconda metà del 19esimo secolo, dapprima con la questione squisitamente terrena, del trapasso dei beni ticinesi delle Mense diocesane lombarde al Cantone, avvenuto nel 1862. Il legame con la Lombardia rimaneva ancora forte, soprattutto nelle parrocchie ambrosiane, che avrebbero accettato una separazione da Milano solo dopo un avvallo della Santa Sede. Dal canto suo il Consiglio federale non era intenzionato a concedere totale autonomia alla Diocesi di Lugano. Un primo accordo venne trovato nel 1883. Una soluzione transitoria che traghettò fino al 1888 quando si trovò la quadra in una convenzione che riuniva nella Chiesa di Basilea quella di Lugano. Ad amministrare la Chiesa cattedrale riunita ci sarebbe stato un amministratore apostolico scelto fra i preti ticinesi, con poteri episcopali. Una storia che mostra come le regole siano in continuo mutamento, adattate al contesto storico e alle scelte dei popoli.

