
Rinnovata la fiducia a Massimo Suter alla guida di GastroTicino. Il presidente è stato infatti riconfermato per un nuovo mandato e rilancia subito il suo messaggio al settore: «Basta piangersi addosso». In un momento segnato da caro vita, difficoltà nel reperire personale e concorrenza oltreconfine, Suter invita i ristoratori a tornare protagonisti del proprio futuro. Con Ticinonews affronta le principali sfide del comparto, dalla percezione dei prezzi in Ticino fino alle nuove aspettative dei giovani nei confronti del mondo del lavoro.
L’intervista
Con quale spirito affronta questa avventura? Tenendo in
considerazione che un appello che ha fatto ai ristoratori è: «Basta piangersi
addosso».
«Il mantra dovrebbe essere proprio quello: essere responsabili del proprio
futuro e di ciò che succede, senza aspettare un aiuto divino che difficilmente
arriva. Accolgo questa rielezione con molto piacere, con rinnovato vigore ed
energia, ma anche con la consapevolezza di sapere cosa fare e cosa si aspettano
i nostri associati. Non dimentichiamoci che ci sono anche ristoratori non
associati che possono beneficiare del lavoro che facciamo. Sono quindi pronto
ad altri quattro anni alla guida dell’associazione, con le orecchie ben aperte
per ascoltare cosa succede sul territorio e quali sono le aspettative della
base».
Quali sono le lamentele, le considerazioni e le
preoccupazioni del settore?
«Le lamentele sono spesso quelle comuni a molti settori economici: il caro
vita, le guerre vicine e lontane che influenzano i flussi turistici e il
rincaro dei prodotti di prima necessità. Molti associati si aspettano però che
l’associazione riempia loro il locale, ma io l’ho sempre detto: non è questo il
mio compito. Il mio ruolo è creare le migliori condizioni quadro per operare
sul territorio. Poi spetta all’imprenditore mettere in pratica le strategie
giuste, leggere la propria azienda e trovare le contromisure adeguate».
Come sta andando il settore in questa fase se dovesse
dare una definizione? Ovviamente ci sono zone e zone, ristoranti e ristoranti,
ma in generale che periodo è?
«È sicuramente un periodo complesso, segnato dall’insicurezza che arriva
quotidianamente dalle notizie. Allo stesso tempo però il nostro settore è
composto da professionisti ed è molto resiliente. Non si può dare una risposta
unica perché esistono realtà molto diverse: c’è chi lavora soprattutto con i
turisti e chi invece con la clientela locale. Non tutte le soluzioni vanno bene
per ogni tipologia di ristorazione. In generale lavoriamo con persone che hanno
meno soldi in tasca: il caro vita colpisce tutti, forse il ticinese più dello
zurighese. Con questa consapevolezza dobbiamo continuare a lavorare, trovando
il modo di mantenere marginalità nonostante il ridotto potere d’acquisto».
Lei dice che il ticinese vede ormai la cena fuori come un
lusso. Quindi c’è un problema di prezzi?
«Non c’è un problema di prezzi, ma di percezione del prezzo in Ticino. Spesso
ci si lascia abbagliare dalle offerte oltre confine, dalla pizza a otto euro e
simili. È chiaro che oltre frontiera possono permettersi altri prezzi perché
hanno condizioni quadro differenti: salari più bassi, costi del personale
inferiori e materie prime spesso non della stessa qualità. Noi lavoriamo con
prezzi svizzeri e il confronto può far sembrare tutto più caro. Però, se si
confronta la stessa qualità, le differenze non sono così estreme. Non possiamo
paragonare un all you can eat cinese di Ponte Tresa con la ristorazione
ticinese. Anche in Italia, del resto, ci sono ristoranti e ristoranti».
Il problema del personale resta aperto: i giovani non
vogliono più fare questo mestiere o il settore deve cambiare qualcosa?
«Non è vero che i giovani non vogliono più fare questo mestiere. Hanno però
aspettative diverse nei confronti del lavoro. Spesso chiedono percentuali di
impiego più basse, come il 70 o l’80%, non accettano facilmente il turno
spezzato e considerano problematico lavorare nei weekend. Il nostro settore
deve quindi ripulire la propria immagine e tornare attrattivo. E non è solo una
questione di stipendio: servono anche benefit aggiuntivi. Ogni azienda deve
riuscire a offrire qualcosa in più, che magari pesa poco all’azienda ma
incentiva il dipendente. Penso, ad esempio, a un impianto di risalita gratuito
per chi lavora in montagna, oppure al parcheggio pagato. Sono piccoli vantaggi
che possono fare la differenza».
Ultima domanda secca: Se fosse agli inizi, lei oggi aprirebbe
un ristorante in Ticino?
«Lo aprirei, ma con la consapevolezza che non è semplice. Negli anni
Ottanta non era necessariamente più facile, ma le condizioni erano diverse,
così come la percezione della clientela verso la ristorazione. Non possiamo
pensare di fare le stesse cose sperando di ottenere risultati diversi. Inoltre,
quarant’anni fa non esisteva la concorrenza diretta e indiretta di oggi. Quella
diretta è rappresentata dai ristoranti oltre confine, quella indiretta dai
social, che possono influenzare nel bene e nel male la fortuna di un’azienda».

