
Marco Chiesa è il nuovo presidente dell’UDC. Candidato unico per succedere ad Albert Rösti, il ticinese è il primo non svizzero tedesco a rivestire questa carica. I colleghi di TeleTicino lo hanno intervistato in collegamento telefonico sulla strada di ritorno verso il nostro Cantone.
Per Chiesa essere stato eletto all’unanimità “dà molta motivazione e molta spinta, soprattutto per un presidente alla prima esperienza come me. Non è automatico che un ticinese abbia subito questo tipo di gratificazione, sono molto riconoscente nei confronti della romandia e della svizzera tedesca”.
Per la prima volta una presidenza UDC latina. “Nel nostro partito - spiega Chiesa - abbiamo una linea chiara che tutti condividiamo, come l’autonomia della Svizzera, la sovranità del nostro Paese, la responsabilità individuale: dei punti fermi che non cambiano all’interno dell’UDC. Invece su dei temi più sociali ci possono essere delle posizioni diverse, come per esempio il congedo paternità dove i romandi si sono espressi a favore”.
“La comprensione di Berna non mi basta più”
Un ticinese alla testa dell’UDC cosa può portare a Berna? “Oggi è difficile che chiudano le orecchie - sottolinea Chiesa - a Berna abbiamo dei ticinesi in grado di far capire determinati problemi che dobbiamo assolutamente risolvere. Ho sempre sentito nelle varie commissioni una certa comprensione per i problemi del Canton Ticino, sinceramente la comprensione non mi basta più, vorrei avere delle soluzioni”.
Un discorso che si faceva anche durante l’elezione di Ignazio Cassis, ci si domanda a questo punto se anche Marco Chiesa rimarrà ‘il ticinese che c’è ma che resta inascoltato’? “Cassis è un ticinese all’interno del Consiglio federale, il quale è un’entità unica che porta avanti una linea comune prestabilita. Le convinzioni e le posizioni dei singoli partiti sono un’altra cosa, mi sento infatti libero di dire quello che penso e ho voglia di farlo in determinati ambiti che sono particolarmente importanti per noi ticinesi”, ribatte Chiesa.
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