
Sono 128mila le firme consegnate questa mattina alla Cancelleria federale per l’iniziativa popolare “200 franchi bastano”, che chiede di ridurre il canone radiotelevisivo da 335 a 200 franchi. A promuovere il testo sono stati l’UDC, l’Unione svizzera delle arti e mestieri e i giovani liberali-radicali. Tra i contrari, invece, c'è evidentemente la RSI. Abbiamo incontrato il direttore Mario Timbal per sapere come l'azienda condurrà la campagna in vista del voto.
Che strategia adotterà l’azienda in vista del voto?
"La base di tutto sono i programmi. Continueremo a rinnovarli, a mostrare la nostra vicinanza al pubblico, alle preoccupazioni e ai temi che lo interessano. È con la qualità dei nostri programmi che potremo mostrare l'importanza del servizio pubblico. D’altro lato, continueremo a razionalizzare l'azienda, i metodi di produzione per poter produrre di più con i soldi che abbiamo a disposizione. Credo che questa sia la migliore strategia per dimostrare la nostra importanza".
In una recente intervista il direttore SSR Gilles Marchand ha dichiarato che in caso di accoglimento dell'iniziativa sarebbe complicato fare un telegiornale di qualità in Ticino. È così?
"Dobbiamo pensare a come è costruita la SRG. Noi beneficiamo della solidarietà tra le regioni: la Svizzera italiana dà il 4% dell'importo totale raccolto con il canone e riceve il 20%. Questo ci permette di avere una qualità dei programmi che sia paragonabile a quella delle altre regioni. In caso di dimezzamento del budget dovremo centralizzare la produzione per non penalizzare l'offerta e quindi gli utenti. Avremo ancora un telegiornale in italiano, ma probabilmente, come era una volta, sarebbe prodotto a Zurigo. Questo perderebbe chiaramente una pluralità di voci e un attaccamento al territorio, che non potrebbero essere più forti come adesso”.
Provando a immaginare uno scenario, la RSI in generale come sarebbe in caso di approvazione di un canone a 200 franchi?
“Non sarebbe più quella di oggi, non avremmo più un'offerta così ricca. Difficile comunque dire come sarebbe esattamente. Non sappiamo con che concessione andremmo a operare. Non potremmo comunque più coprire tutto quello che viene descritto nella concessione. Si può pensare che l'informazione verrebbe privilegiata perché è il nostro primo scopo. Quello che verrebbe a cadere, ancora di più nelle regioni periferiche, è il supporto alla cultura. Ma anche lo sport sarebbe a rischio, così come la produzione di fiction e documentari".

