
È di ieri la buona notizia che riguarda il mondo della ricerca biomedica: un team di giovani ricercatori dell’IRB ha infatti scoperto dei cosiddetti autoanticorpi buoni, la cui presenza contribuisce a spegnere la risposta infiammatoria della malattia e i decorsi gravi. “Abbiamo scoperto che esistono questi anticorpi nei pazienti che hanno avuto una malattia lieve”, ha spiegato la post dottoranda dell’IRB Valentina Cecchinato.
Analisi del sangue
Lo studio per cercare di comprendere i meccanismi del Covid è partito durante la prima ondata attraverso l’analisi del sangue di chi aveva contratto la malattia allora. Oggi i due post dottorandi Jonathan Muri Valentina Cecchinato sorridono per i risultati, pubblicati di recente sulla rivista Nature Immunology. Risultati che, studi clinici permettendo, potrebbero contribuire a una svolta nel trattamento del long covid. Una condizione che, secondo l’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP), riguarda circa il 25% di chi si è ammalato. “Abbiamo identificato una classe di autoanticorpi specifici nei soggetti che presentavano una malattia più lieve”, ci ha spiegato Muri. Quindi persone asintomatiche o con sintomi lievi, così come coloro che non hanno sviluppato il long covid. “Pensiamo che questi anticorpi possano in qualche modo prevenire o rendere la malattia più lieve andando a inibire l’infiammazione”.
Come funziona
Una tesi, quella che ci è stata esposta dal ricercatore bellinzonese, comprovata anche grazie alla collaborazione con atenei di oltre Gottardo, italiani, statunitensi e britannici, che ha ribaltato le ipotesi iniziali. I cosiddetti autoanticorpi, che di fatto non attaccano gli agenti patogeni, hanno generalmente degli effetti negativi. “Gli anticorpi che abbiamo riconosciuto sono anticorpi che legano delle proteine che si chiamano chemochine”, spiega Cecchinato, precisando che queste vanno pensate come dei magneti, “delle calamite che guidano le cellule del sistema immunitario nel luogo dell’infezione”. Quello che i due ricercatori hanno trovato è quindi la presenza di questi anticorpi “che bloccano l’attività di queste chemochine e impediscono alle cellule del sistema immunitario di arrivare in maniera eccessiva nel sito d’infezione”.

“C’è ancora molta strada da fare”
Se la risposta immunitaria dell’organismo è infatti eccessiva, l’effetto non è più benefico, anzi. Gli organi vengono danneggiati. Bloccando le chemochine, invece, questi autoanticorpi lo impediscono. Come si generino, ancora non è chiaro. “Quello che abbiamo visto noi è la presenza di questi anticorpi”, spiega Muri, precisando che c’è però “ancora molta strada da fare e non siamo ancora particolarmente sicuri di come questi autoanticorpi vengano sviluppati durante l’infezione, quindi se sono già presenti prima dell’infezione o se invece si sviluppano solo una volta entrati in contatto col virus”.
Possibili trattamenti
La ricerca apre però importanti prospettive per dei possibili trattamenti, come ci conferma Cecchinato. “Noi ipotizziamo che questi anticorpi che abbiamo scoperto possano essere utilizzati anche nel trattamento del long covid, quindi evitare che questo si possa sviluppare in pazienti che hanno maggiori rischi di sviluppare questi sintomi a lungo termine”.

