
«Il futuro di noi giovani è sempre più incerto, abbiamo bisogno di risposte. Abbiamo bisogno di investimenti nella prevenzione, nella formazione, nella scuola, nelle infrastrutture, negli spazi. E questi investimenti non solo non vedono la luce, anzi vengono ridotti in favore di più soldi per le armi e per l'esercito». Niccolò Mazzi-Damotti, per Giovani in Sciopero, non è preoccupato. «Le violenze viste in Francia e a Milano non si ripeteranno in Ticino perché», ci dice, «qui non esistono le condizioni per simili derive».
Le rivendicazioni in Ticino
Il 20 novembre a Bellinzona, infatti i giovani di diversi partiti, sindacati e associazioni scenderanno in piazza per, citiamo, «lottare per il futuro e non per le guerre». Non solo in Ticino, perché la mobilitazione è convocata in tutta Europa. Focus, dicevamo, sull’austerità e sul riarmo. «Anche la Svizzera, insieme all'Unione Europea, ha aderito e prosegue su un riarmo e maggiori investimenti nell'esercito e nelle armi, tagliando poi quelli che sono i fondi per la scuola o per cose che interessano noi giovani». Mazzi-Damotti fa riferimento al programma ReArm Europe che prevede investimenti per 800 miliardi di euro. In Svizzera la spesa ammonta a quasi 30 miliardi di franchi nel periodo 2025-2028.
Legami e differenze con le proteste europee
Vien da sé, come abbiamo detto, il parallelismo con le proteste che stanno fiorendo in gran parte del Vecchio Continente. «Sicuramente dei legami indiretti ci sono dal momento in cui i giovani in tutta Europa, come detto prima, si ritrovano confrontati con un'incertezza per il loro futuro», ci dice Mazzi-Damotti. «I giovani vogliono una risposta e sono disposti a scendere in piazza e mobilitarsi per questa causa». La protesta contro il carovita è il denominatore comune in tutta Europa. Lo stato d’animo delle manifestazioni ha poi sfumature diverse paese per paese. In Svizzera dobbiamo aspettarci una partecipazione simile a quella vista in Francia e in Italia oppure no? «Ogni cultura ha il suo modo di esprimere un dissenso. È da secoli che la Francia scende in piazza e lo fa in maniera, oserei dire, più dura, più incisiva. L'Italia pure si è mobilitata in questi giorni. La Svizzera ha sempre fatto più fatica, però c'è da dire che le manifestazioni giovanili in Svizzera stanno aumentando. Questo secondo me dimostra il fatto che nonostante culturalmente non siamo abituati a scendere così spesso e così frequentemente in piazza, lo stiamo facendo. La richiesta di un cambio di sistema è più marcata».
La responsabilità politica
Ora, la politica, suggerisce Mazzi-Damotti, deve prendersi le sue responsabilità «La politica è immobile di fronte a queste preoccupazioni. Ci vogliono prima di tutto delle risposte, dei progetti, delle proposte che vadano nella direzione richiesta e rivendicata da diverso tempo. Questo può comportare anche un cambio di sistema, perché così non si può più andare avanti».

