
La tragica storia di Arash entra nell'aula del Gran Consiglio. Lo fa con una lunghissima interpellanza firmata da Samantha Bourgoin (Verdi) e Beppe Savary-Borioli (Forum Alternativo) e sottoscritta da altri 18 deputati di Ps, Verdi, Più Donne, Centro, Plr e Udc. 27 domande con cui i granconsiglieri chiedono un quadro chiaro della situazione nei centri d'accoglienza per richiedenti l'asilo in Ticino. Arash, 20 anni, richiedente l'asilo dall'Afghanistan, si era tolto la vita martedì 11 luglio al centro per richiedenti l'asilo "Ulivo" di Cadro, gestito dalla Croce Rossa.
Tre suicidi in un anno
I firmatari dell'interpellanza si dicono allarmati per l'alto numero di suicidi (tre in un anno) e tentativi di suicidio fra giovani richiedenti l'asilo in Ticino. "Chiediamo al Governo una presa di posizione precisa e dettagliata, dal momento che tutti e tre i giovani suicidi erano affidati all’assistenza dei servizi del Cantone, sia direttamente, sia tramite Croce Rossa, oppure anche tramite servizi sociali e l’organizzazione sociopsichiatrica. In ogni caso il Cantone, direttamente o indirettamente, è implicato e non può sottrarsi neppure dall’assumere i costi del trasporto della salma di Arash in Afganistan".
Corsi di lingua inadeguati?
Bourgoin e Savary citano il sito del Cantone, in cui viene scritto che la durata del soggiorno in un centro collettivo per richiedenti è di circa 12 mesi. In questa prima fase, nei centri è previsto l'insegnamento all'asilante di conoscenze, anzitutto linguistiche, necessarie per "muoversi sul territorio in maniera indipendente". "Secondo nostre informazioni, però - si legge nell'atto - questa prima fase non riesce quasi mai ad essere superata in 12 mesi. Inoltre, sembra che i corsi di lingua vengono fatti per poche ore al giorno, mescolando persone di diversi livelli di alfabetizzazione e scolastici". I corsi non sarebbero poi accessibili a tutti: "Per esempio, alle donne con bambini verrebbe detto che devono accudire i figli. Ai giovani fuori dall’età scolastica obbligatoria, non sarebbe permesso di frequentare la scuola e così apprendere in maniera più veloce l’italiano".
Personalizzazione della presa a carico
Una situazione non ideale nella quale Arash non avrebbe rappresentato un'eccezione. "Il fatto che Arash, 4 anni dopo il suo arrivo in Ticino nel 2019, vivesse da un anno al centro di Cadro, quindi ancora nella prima fase del percorso di integrazione, ci suggerisce che i percorsi dell’asilo, così come la vita, non sono lineari. Nasce spontanea la preoccupazione: se non sono lineari i percorsi e le storie di vita personali, neppure le soluzioni proposte devono esserlo. Il nostro attuale sistema permette la necessaria personalizzazione della presa a carico?".
Il margine di manovra
Secondo i parlamentari, l'attuale dispositivo di accoglienza dei richiedenti l'asilo è inadeguato. Nella risposta a un'interrogazione del 2018, il Consiglio di Stato dichiarava che “la Confederazione, tramite la Segreteria di Stato e della migrazione (SEM), demanda ai Cantoni il compito di alloggiare, integrare ed erogare le prestazioni assistenziali ai richiedenti l’asilo loro attribuiti. Al fine di rispondere adeguatamente a questi compiti, il Cantone ha facoltà di organizzarsi come ritiene più opportuno". Fra le soluzioni adottate dal Ticino, c'è appunto il mandato della gestione di alcuni centri alla Croce Rossa. "Per prendere a carico persone, soprattutto giovani con trascorsi traumatici e disturbi relativi, mancano strutture, mezzi e formazione", giudicano i parlamentari. "Il tema è noto a livello federale già dal 2021, grazie ai rapporti della Commissione nazionale per la prevenzione della tortura, alle nuove raccomandazioni emanate e agli atti parlamentari sul tema dei partiti a livello federale. Considerato che 'al fine di rispondere adeguatamente a questi compiti, il Cantone ha facoltà di organizzarsi come ritiene più opportuno', è ora importante conoscere il margine di manovra contenuto nei mandati in essere".
Il polverone sollevato dalla vicenda
Benché solitamente le testate non parlino di gesti estremi, la storia di Arash era divenuta di dominio pubblico tramite un articolo scritto dall'avvocata Immacolata Iglio Rezzonico e pubblicato sul portale Naufraghi. Nel testo, l'avvocata specializzata in diritto della migrazione esprimeva critiche al sistema svizzero e ticinese di accoglienza dei richiedenti l'asilo, inclusi i centri della Croce Rossa, in cui il giovane afghano non sarebbe stato seguito nella maniera adeguata. Alcuni giorni dopo il fatto, la Sezione Sottoceneri della Croce Rossa aveva trasmesso alle redazioni una presa di posizione nella quale esponeva i motivi dietro alla scelta iniziale di non rendere pubblica la notizia della morte del ragazzo. L'organizzazione evocò il rischio di emulazione, che a suo avviso si sarebbe fatto più forte proprio a seguito della diffusione della notizia del suicidio di Arash.

