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Consiglio federale
"Fuggi fuggi" per il post Amherd, Lombardi: "Oggi questa posizione è meno attrattiva"
Redazione
un anno fa
Con il municipale centrista di Lugano, già consigliere agli Stati, cerchiamo di spiegare il perché delle diverse rinunce alla corsa per la successione di Viola Amherd. "Far parte del Governo è una cosa che trasforma le persone e bisogna essere pronti ad accettarlo".

Fabio Regazzi non sarà della partita nella successione di Viola Amherd in Consiglio federale. Lo ha dichiarato ieri ai microfoni di Ticinonews lo stesso consigliere agli Stati, spiegando di non avere l'ambizione di diventare "ministro". Una posizione, quella del deputato centrista, che non ha sorpreso il suo collega di partito Filippo Lombardi. "Avevamo discusso molto prima della sua candidatura agli Stati, quando è passato dal Nazionale alla Camera alta, e gli argomenti che lo facevano esitare di fronte a un passo che sembrava naturale sono esattamente gli stessi che ritrovo adesso", afferma a Ticinonews il municipale di Lugano. "Regazzi è molto preso e sensibile alle responsabilità che ha già adesso aziendalmente e come presidente dell'USAM, e riteneva quasi che il Consiglio degli Stati fosse già troppo. Conoscendo questi suoi pensieri, non mi sorprende che non corra per l'Esecutivo”.

Gettando un occhio all'elenco delle persone che si sono dichiarate non disponibili, constatiamo che non ci sono mai state così tante rinunce. Fare il consigliere federale è diventato un compito un po' ingrato?

"Ci sono sempre delle rinunce. Quando si trattava di correre per il Consiglio federale qualche anno fa e c'era il desiderio di vedere un ticinese, si era speso molto il nome di Fulvio Pelli, che alla fine, dopo avere fatto le sue valutazioni, ritenne di non proporsi. Qualche rinuncia eccellente dunque l'abbiamo conosciuta, ma mai così tante, è vero. Questa cifra è sorprendente, tanto più che nessuno, penso, sia stato veramente colto di sorpresa dalle dimissioni di Viola Amherd. Si sapeva che sarebbero arrivate presto e quindi è probabilmente vero che al giorno d'oggi questa posizione è molto meno interessante e attrattiva rispetto a quanto poteva essere qualche anno fa”.

Mi ha colpito una dichiarazione di Gerhard Pfister, che ha dichiarato: "Non sarei un consigliere federale felice”. Le sue dimissioni da presidente del Centro e quelle di Ahmerd lasciavano presupporre che fosse lui il papabile. Aveva un'autostrada…

“È vero, ma in politica le autostrade non esistono e per il Consiglio federale, in particolare, è difficile trovarne. Io sono convinto che Pfister sarebbe stato un ottimo candidato, ma sono anche convinto che non avrebbe avuto necessariamente vita facile. Sarebbe sicuramente incappato in qualche ostacolo strada facendo. Inoltre, lui ama battersi su dei temi, rappresentare il proprio partito, le proprie idee. E quando queste sono in corrispondenza con quelle del partito tanto meglio, ma se divergono non si tira mai indietro; figuriamoci se si sentirebbe a suo agio con la museruola dell'Esecutivo. Io penso che lui abbia pensato molto a questa scelta nel corso degli anni e se è arrivato adesso, un po' a sorpresa, a questa conclusione, non possiamo che prenderne atto”.

Veniamo ai disponibili: Philipp Kutter e Christophe Darbellay. Che dire di loro?

“Conosco bene entrambi. Con Darbellay ho lavorato quando ho iniziato il mio mandato di capogruppo e lui era ancora presidente del partito (all'epoca PPD). Con lui avevamo fatto il primo vero e serio approccio per una fusione con il BDP, partito borghese, che si è poi concretizzata quattro anni troppo tardi. E non si è realizzata, in fondo, per l'opposizione di una sezione cantonale, quella grigionese, che ha dimostrato tutta la sua resilienza contro questa idea. Sezione grigionese appoggiata dalla consigliera federale uscente Eveline Widmer-Schlumpf, che pagò il prezzo di ciò dovendo rinunciare a una ricandidatura, perché non avrebbe più avuto una maggioranza. Kutter invece è un amico anche personale. Oggi (ieri, ndr.) ero al telefono con lui per altre questioni che non riguardano la corsa al Consiglio federale”.

Non le ha detto niente sulla corsa al Governo?

“Ci pensa seriamente. Quello che mi ha detto corrisponde a quanto ha dichiarato pubblicamente. Lui sarebbe interessato e la riterrebbe un'operazione importante; sappiamo che è in sedia a rotelle a seguito di un incidente sciistico e la riterrebbe un'affermazione importante per tutti coloro che soffrono di un handicap. Da quel punto di vista è motivato. Si rende però conto delle difficoltà oggettive che potrebbero sorgere e quindi, 'de facto', la sua consultazione in questi giorni riguarda tanto gli aspetti medici della questione quanto quelli familiari. Per l'affermazione di chi è vittima di un infortunio o di un’invalidità sarebbe una prima importante in Svizzera. Da noi non è mai successo: abbiamo alcuni consiglieri nazionali in sedia a rotelle, ma in Governo no e io ritengo che sarebbe un segnale. L'Assemblea federale sarà confrontata sicuramente a due o tre nomi che arriveranno dal Centro. Il profilo femminile lo si può intravedere in Elisabeth Schneider-Schneiter, consigliera nazionale di Basilea. Lei potrebbe completare un trio e quindi non è vero che non c'è nessuno. Ci sono delle persone valide, con magari delle caratteristiche diverse rispetto a quelli che hanno detto di no”.

Qualcuno però potrebbe dire che il Centro vuole un secondo seggio in Consiglio federale e non riesce a trovare il candidato per uno.

“E se fosse una tattica? Adesso mandiamo avanti qualcuno di secondo profilo e i veri tenori li teniamo per il 2027”. (Sorride, ndr).

È interessante anche questa lettura. Ma lei, quando era a Berna, coltivava un po’ quell'ambizione?

“Io avevo l'abitudine di rispondere a questa domanda dicendo: 'A parte le altre 247 persone in questo palazzo, non c'è nessuno che ci pensa'. Certo, è abbastanza normale per un politico che arriva a Berna immaginarsi di poter avere questo ruolo. Può essere un sogno. A me, che ho conosciuto tutti i consiglieri federali degli ultimi 30 anni, ha sempre colpito il fatto che dopo 8-10 anni erano molto cambiati. È una cosa che trasforma le persone e uno deve essere pronto ad accettarlo. E se non lo è, fa le riflessioni che abbiamo sentito negli ultimi giorni”.

L'intervista completa a Filippo Lombardi: