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Ticino
Dadò sotto inchiesta sul tavolo della Commissione giustizia e diritti
©Chiara Zocchetti
©Chiara Zocchetti
Redazione
5 mesi fa
La commissione è tornata a riunirsi senza il deputato centrista, autosospesosi la scorsa settimana. Il presidente Mazzoleni: “Nessun processo alle intenzioni, c'è un procedimento in corso”.

A riunione finita, il presidente della Commissione giustizia e diritti parla di una certa amarezza. Di malumori più o meno accentuati rispetto all’apertura del procedimento penale nei confronti del collega Fiorenzo Dadò, in relazione a una da lui asserita lettera anonima. Alessandro Mazzoleni è però anche perentorio: nessun processo alle intenzioni, fintanto che non sarà fatta chiarezza. “Abbiamo confermato che la commissione continuerà a lavorare con impegno sui temi così come in passato, portando in Gran Consiglio al più presto tutti i rapporti per procedere con le novità di cui il Ticino ha bisogno”, afferma Mazzoleni ai microfoni di Ticinonews. Al di là di questo “è altrettanto vero che è comunque emersa una certa delusione. Nessuno ha comunque voluto giudicare nessuno, anche perché oggi è prematuro: è in corso un procedimento e la commissione ne attenderà l’esito”.

La vicenda

Il caso, ricordiamo, è legato al cosiddetto "caos TPC", con relative denunce incrociate fra giudici. Quando, oltre un anno fa, la Giustizia e diritti segnalò al Consiglio della magistratura l’asserita lettera anonima contenente alcune immagini di bambini che sarebbero circolate tra le chat, si era per l’appunto nel bel mezzo della bufera. Un passaggio costato a Dadò l’apertura di un procedimento penale per falsa testimonianza e denuncia mendace. Il motivo? Come ammesso dal diretto interessato, non esisteva nessuna lettera anonima. Una bugia, dunque, dettata però dalla volontà di tutelare la sua fonte, si è difeso Dadò attraverso il suo legale. Per il presidente della Commissione il tema si pone? “Secondo me non per forza – risponde Mazzoleni –. Da un lato perché l’attività nelle commissioni beneficia comunque ancora di una certa segretezza, quindi la fonte non per forza va tutelata”. In secondo luogo “l’attività del Parlamento non risolve casi concreti, ma ne fa una discussione generale”.

Una questione di opportunità?

Al di là della necessità o meno di estendere determinati diritti ai deputati, a microfoni spenti c’è anche chi ne fa una questione di opportunità. “Di per sé, c’era chi si domandava se fosse davvero necessario aprire una procedura così grande come proposto da Dadò, ma è altrettanto vero che a quell’epoca abbiamo tutti condiviso la sua proposta. Chissà, magari non sarebbe successo se le informazioni di base fossero state diverse da quelle riferiteci allora, ma questo non lo sapremo mai”, conclude Mazzoleni. La certezza, al momento, è che Dadò contesta l’accusa di denuncia mendace, ovvero: chiunque denuncia all’autorità una persona che egli sa innocente.