
Quello dei frontalieri è uno dei temi più dibattuti nel nostro cantone da decenni e il dato di ieri dell’Ufficio federale di statistica - che certifica un raddoppio dei lavoratori frontalieri in Svizzera negli ultimi 25 anni - sicuramente è destinato a gettare altra benzina sul fuoco, soprattutto considerando che il Ticino, non è una sorpresa, con il 29% ha la percentuale più alta tra i tutti i Cantoni. Per sapere come leggere questo aumento e, soprattutto, cosa vorrebbe dire per la nostra economia se il trend continuasse, Teleticino ha intervistato Paolo Pamini e Amalia Mirante, due economisti di segno politico opposto con ricette diverse su come arginare le conseguenze negative del fenomeno.
Pamini: “Segno di un’economia aperta, con effetti collaterali”
Cosa significa questo aumento per la nostra economia? “Significa che la nostra economia è estremamente aperta e probabilmente non ha le risorse al suo interno per mantenere un livello di attività tale come quello che abbiamo in Svizzera. Quindi essenzialmente è un buon messaggio avere molte persone che finiscono a lavorare qui perché producono comunque molta ricchezza. La grossa domanda è quali sono gli effetti sul mercato del lavoro locale per i residenti. Queste dinamiche effettivamente sono state accelerate con la libera circolazione delle persone: infatti dal 2004 ad oggi vediamo un’accelerazione dell’aumento del frontalierato. Se dagli anni ‘90 al 2004 cresceva del 2% all’anno, dal 2004 cresce con 4% abbondante all’anno. C’è stata un’accelerazione e quella che vediamo nei dati effettivamente è una pressione sempre maggiore sui salari e questo si ripercuote sul potere d’acquisto dei residenti”
“Evitare formule di economia pianificata”
Questa la faccia negativa della medaglia, secondo Pamini, mentre quella positiva è che “tendenzialmente ci sono sempre più opportunità per tutti, c’è maggiore attività... insomma la Svizzera è un posto dove, fino a prova contraria, vale la pena di venire a lavorare e fare impresa”. Ma c’è bisogno di numeri così elevati di frontalieri? “È difficile dire se c’è bisogno o meno, sarebbe un approccio da economica pianificata dove qualche politico deciderebbe chi ha il diritto di aprire e fare impresa e chi no. Preferisco una situazione dove c’è tendenzialmente libertà. Però servirebbero magari dei correttivi: prima della libera circolazione col sistema dei contigenti era possibile regolare il flusso ed evitare grossi scossoni. Dal 2004 via non è più così, infatti l’aumento dei frontalieri si è registrato soprattutto nel terziario, non è che potessero aumentare molto nel secondario dov’erano già molto presenti”.
“Aumentare la fiscalità per i frontalieri”
Proiettandosi verso il futuro, altri 25 anni con un trend così sono sostenibili? “Probabilmente servono misure di accompagnamento. Io proporrei misure di natura fiscale, aumentando per esempio leggermente la fiscalità dei frontalieri. Non vedo di buon occhio un salario minimo che farebbe ancora più da calamita per il frontalierato e rischierebbe di diventare ancor più un salario di riferimento per i residenti che verrebbero tirati verso il basso. Queste sono ovviamente opinioni personali e se ne può dibattere a lungo. Sicuramente una situazione come questa a lungo termine non sarà molto sostenibile”.
Amalia Mirante: “Pressione al ribasso sui salari”
Cosa significa questo aumento? “Sicuramente significa che la nostra economia nazionale cresce, produce di più e necessita di più posti di lavoro. Poi bisogna però andare a vedere nelle differenti regioni che impatti hanno questi posti di lavoro, e i dati ci dimostrano per esempio che il caso del Canton Ticino è un caso un po’ particolare. In particolare perché la quota di non residenti sul mercato del lavoro è molto grande, arriva al 30%, quindi vuol dire che è un economia fortemente dipendente dalla manodopera estera. Inoltre abbiamo tutta una serie di altri dati sul mondo del lavoro che ci dicono che le cose in Ticino sono un po’ diverse: per esempio sappiamo che il divario salariale tra lavoratori frontalieri e lavoratori residenti è molto più alto che negli altri cantoni. Questo che significa concretamente? Che c’è una pressione al ribasso sui salari”.
Un “risarcimento” da Berna per le regioni più colpite
Si tratta di numeri importanti. Sono necessari? “Se c’è crescita economica e creazione di posti di lavoro, però sani e con condizioni salariali e lavorative buone, allora va bene. Se però iniziano a manifestarsi delle tensioni tra giovani formati, competenti e capaci che iniziano a dover andare via dal cantone, ecco che le autorità forse devono fermarsi e capire se effettivamente non vogliamo un altro tipo di economia”. Un trend così al rialzo per i prossimi 25 anni sarebbe sostenibile per la nostra economia? “Io credo sia arrivato il momento di chinarsi su queste tematiche e anche di far presente al resto della Svizzera che alcune scelte politiche che magari giovano all’intera nazione comportano dei costi maggiori per alcuni. Quindi, per esempio, la libera circolazione delle persone ha un effetto diverso sui cantoni di frontiera rispetto a quello che succede nel resto della Svizzera. Per cui in questo caso bisognerebbe pensare a qualche forma di risarcimento o per lo meno prendere in considerazione questo tipo di problematica”.
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