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Diocesi Lugano
Abusi sessuali, Gnesa: "In Ticino cinque casi noti dal 2019"
Redazione
3 anni fa
La Curia di Lugano si è espressa in merito al rapporto sugli abusi all'interno della Chiesa svizzera presentato ieri a Zurigo. Da Raemy: "Riconosciamo le nostre responsabilità, ci vogliamo impegnare per dare alle nuove generazioni una Chiesa più umana".

Milledue. Sono i casi di abusi sessuali perpetrati da chierici cattolici e appartenenti all'Ordine dal 1950 in Svizzera. È quanto emerso dal Rapporto sul progetto pilota per la storia degli abusi sessuali nel contesto della Chiesa cattolica romana in Svizzera a partire dalla metà del XX secolo presentato ieri dagli storici dell'Università di Zurigo (Uzh). "Quanto scoperto non è che la punta dell'iceberg", hanno spiegato ieri gli esperti. Questa la situazione a livello nazionale, ma nelle 136 pagine di inchiesta viene trattato anche il Ticino, con i suoi casi di abusi e le problematiche riscontrate durante la consultazione degli archivi della Diocesi di Lugano.

"Lo studio ci fa capire quanto soffrono le vittime"

"Sono poche le vittime che hanno potuto esprimersi. Dunque il silenzio che in chiesa viene vissuto come un momento di contatto con il Signore è un silenzio assordante. È questo a colpirmi maggiormente", ha spiegato in apertura di conferenza stampa Alain De Raemy, amministratore apostolico della Diocesi di Lugano. "Questo studio ci fa capire quanto soffrono le vittime, è inimmaginabile. Il lavoro dei ricercatori in questo primo anno ha permesso di confrontarci con documentati e ripetuti comportamenti illeciti verso i quali la gerarchia ecclesiastica deve rispondere. I 1002 casi identificati, la punta dell’iceberg, testimoniano l’irresponsabilità di molto che è stata causa di immense sofferenze per le vittime di abusi a scapito degli autori di questi misfatti che spesso sono riusciti a passarla liscia cercando di salvaguardare la buona reputazione della chiesa ed evitando lo scandalo", ha continuato De Raemy.

Rendere giustizia alle vittime

"Non possiamo non riconoscere questa colpa e metterci davanti alla grande sofferenza di chi ha subito questo trattamento dalla Chiesa", ha proseguito De Raemy. "È elementare dovere di giustizia verso le vittime rimaste da sole con la loro indescrivibile sofferenza. Siamo davanti a una sfida di verità e conversione per tutta la comunità ecclesiastica".

"Riconosciamo la nostra responsabilità"

La Chiesa, ha aggiunto l'amministratore apostolico, farà tutto il possibile per rendere giustizia alle vittime. "Faremo di tutto per impedire ulteriori abusi sessuali. Riconosciamo la nostra responsabilità. Ci vogliamo impegnare per un cambiamento definitivo e repentino per consegnare alle nuove generazioni una Chiesa più umana e degna, cioè del Vangelo".

Il ruolo della Commissione diocesana di esperti per la gestione dei casi di abusi

In seguito ha preso la parola Fabiola Gnesa, Presidente della Commissione diocesana di esperti per la gestione di casi di abusi sessuali in ambito ecclesiale, che ha spiegato il ruolo della Commissione. "A seguito del primo documento della Conferenza dei vescovi svizzeri sugli abusi sessuali nel 2009, è stata creata da Mons. Grampa la Commissione esperti della Diocesi di Lugano e non è mai stata convocata fino al 2016. Nel 2014, nell’ambito dell’attuazione della terza edizione delle direttive della Conferenza dei vescovi svizzeri, Mons Valerio Lazzari ha riattivato e istituto nuovamente la Commissione di esperti diocesani".

I casi in Ticino

La Commissione ha svolto il suo lavoro seguendo dapprima le direttive stesse e dal 2019 sulla base del regolamento. In questo contesto Gnesa è stata formalmente nominata presidente della Commissione. "In questo periodo alla Commissione sono venuti a conoscenza cinque casi, quattro di questi sono stati trattati direttamente dalla Commissione. Le vittime sono state ascoltate e accolte. Tutte le persone coinvolte erano consapevoli che raccontare nuovamente l’abuso subito poteva portarle a rivivere questo dolore".

Come si sono risolti i casi

Due casi, ha proseguito Gnesa, hanno portato la vittima a ottenere da parte della Commissione nazionale un risarcimento per il male subito. "Questo non ha risolto le loro sofferenze, ma le ha aiutate". Il terzo caso si è risolto, come richiesto dalla vittime, con una lettera di scusa da parte del Vescovo. Il quarto con un incontro con il Vescovo e una lettera di scuse da parte della Chiesa. Il quinto caso, quello del parroco del Locarnese, è stato trasmesso all’autorità penale civile.

Altri contatti e l'appello a farsi avanti

Gnesa ha inoltre parlato di almeno tre prese di contatto telefonico da parte di persone che non hanno voluto essere identificate, ma che volevano unicamente avere delle informazioni. "Nessuna di queste persone ha dato seguito a questo contatto telefonico. Due richieste su tre erano informazioni richieste per parenti. Una volta appreso che la vittima avrebbe dovuto prendere contatto non è stato dato un seguito". Da qui l'appello: "Invito le persone vittime di abusi sessuali nell’ambito ecclesiale di farsi avanti e saremo attenti a seguire il loro caso".

La distruzione dei documenti

"Comprendiamo che la questione della distruzione dei documenti nell'archivio diocesano sia considerata una questione spinosa per stampa, fedeli e diocesi", ha spiegato dal canto suo Nicola Zanini, delegato ad omnia dell'Amministratore apostolico. "L'errore non fu quello di distruggere la documentazione (pratica prevista dal codice canonico), ma quello di non aver lasciato alcuna traccia. Per questo motivo il rapporto presentato ieri insiste sulla necessità della testimonianza orale, soprattutto per colmare la lacuna presente in Ticino", ha continuato, volendo precisare che "a partire dall'inizio del XXI° secolo, quindi con l'episcopato di Monsignor Grampa, in seguito di Lazzeri e Da Raemy, nessuna documentazione è stata distrutta". Per quanto riguarda il riordino degli archivi diocesani luganesi "il lavoro è iniziato nel 2013 ed è stato lento e difficoltoso perché si è dovuto trasferire il materiale, portandolo da spazi angusti al nuovo archivio. Negli ultimi anni, soprattutto con l'arrivo del nuovo archivista avvenuto nel 2018, il riordino è aumentato e siamo fiduciosi che sarà sempre più in linea con quanto auspicato dalle ricercatrici".