
«A Zurigo non avevano mai accettato un italiano a guidare il reparto» e «rinunciare ai casi difficili per non ‘sporcare’ le statistiche non è medicina, ma abbandono». A parlare è il professore italiano Francesco Maisano, alla guida dal 2014 al 2020 della clinica di cardiochirurgia dell’Ospedale universitario di Zurigo (USZ), che ha ammesso le inadempienze (gravi mancanze e morti inaspettate) emerse in un rapporto d'inchiesta indipendente. Al centro dello scandalo il cosiddetto «Cardioband», la protesi di valvola cardiaca sviluppata da una società in cui Maisano aveva una partecipazione e il cui utilizzo potrebbe essere correlato con l’eccesso di morti.
«Un contesto (svizzero) difficile»
Francesco Maisano replica oggi alle accuse, con un comunicato firmato, di cui riferisce il Fatto Quotidiano. Si difende e punta il dito contro il nosocomio zurighese: «Ero un clinico italiano in un ambiente svizzero-tedesco, che non aveva mai accettato che un clinico italiano ricoprisse il ruolo di primario di una unità così importante. Le resistenze culturali e istituzionali che incontrai non erano banali incomprensioni: erano il frutto di dinamiche profonde, che rendevano arduo costruire un’équipe coesa attorno a una visione condivisa dell’innovazione clinica».
La difesa del Cardioband
Maisano difende anche il Cardioband: «Lo stesso rapporto prodotto dall’Università smentisce le accuse: la sovra-mortalità era attribuibile agli interventi chirurgici convenzionali. Non alle procedure innovative. Non al Cardioband. Non alle tecniche transcatetere». Su 4.500 interventi effettuati, sostiene Maisano, le procedure con Cardioband sono stata 44 e le complicanze «circa il 12%, una percentuale che la letteratura scientifica internazionale considera attesa nelle fasi iniziali di adozione di qualsiasi nuova tecnologia. Ogni innovazione medica ha una curva di apprendimento. Ignorarlo significa non capire come la medicina avanza per salvare vite». E ancora: «Il Cardioband è stato utilizzato con risultati positivi in numerosi centri europei e negli Stati Uniti. La sua sospensione commerciale è avvenuta per ragioni finanziarie, non cliniche. E il prezzo più alto di quella sospensione non lo ha pagato chi scrive: lo pagano i pazienti che avrebbero potuto beneficiarne». Maisano conclude difendendo il proprio lavoro: «Un chirurgo si misura sulle vite salvate, non sull’assenza di rischio. Continuerò a operare così. Perché è l’unico modo che conosco per fare questo lavoro con integrità».

