
La Commissione congiunta esteri e finanze del Senato italiano ha approvato questa mattina il nuovo accordo sulla tassazione dei frontalieri tra Svizzera e Italia. A Berna il via libera delle camere era già arrivato il 18 marzo 2022. Ad annunciare su Facebook il passo avanti a Roma è stato il senatore del Partito democratico Alessandro Alfieri che, da noi raggiunto, ha commentato “finalmente la prima approvazione dell’accordo fiscale fra Italia e Svizzera: tuteliamo i Comuni di frontiera, garantiamo i vecchi lavoratori frontalieri e aiutiamo con benefici fiscali i nuovi. Questo è il primo passaggio”. A breve, spiega Alfieri, si voterà in aula; “abbiamo onorato gli impegni che anche il presidente della Repubblica Mattarella si era preso nella recente visita in Svizzera”.
Cosa prevede l’accordo
Ora il nuovo accordo dovrà essere votato dal Senato, poi passerà alla Camera dei deputati. Il suo percorso non dovrebbe però incontrare particolari ostacoli. Il testo prevede che ai frontalieri venga prelevata l’imposta alla fonte ordinaria in Svizzera, con la possibilità per la Confederazione di trattenerne l’80%. Poi i lavoratori saranno tassati anche in Italia dove, per evitare la doppia imposizione, sarà dedotto quanto già trattenuto in Svizzera. Questo varrà solo per i frontalieri che iniziano a lavorare nel nostro Paese dopo l’entrata in vigore dell’accordo. Per quelli assunti dopo il 31 dicembre 2018 ma prima dell’entrata in vigore dell’accordo, invece, vi sarà un regime transitorio che prevede la tassazione esclusiva in Svizzera con riversamento dei ristorni. Ci vorrà quindi del tempo prima che l’accordo riguardi la maggioranza dei lavoratori transfrontalieri. Questo è uno dei motivi per cui la notizia è accolta tiepidamente dal presidente del Consiglio di Stato Claudio Zali.
Zali: “È presto per cantare vittoria”
“Un sì commissionale è meglio che niente”, sostiene Zali, aggiungendo però che “dalla parte italiana finché la partita non è terminata meglio non fare troppo affidamento sul risultato. Cantare vittoria mi sembra prematuro, e poi non sarebbe una grande vittoria ma questo è un altro discorso”. Dell’accordo, dice sempre Zali, se n’era parlato a suo tempo quando fu sottoscritto dalla parte svizzera; “Certo è meglio – ma neanche troppo- della situazione attuale, quindi il mio entusiasmo già all’epoca era abbastanza contenuto per questo accordo”. Per Zali non bisogna inoltre dimenticare che una situazione giuridicamente corretta “prevederebbe che l’intero importo guadagnato in Svizzera sia qui imponibile, per cui una situazione a norma di diritto internazionale sarebbe differente. Questo accordo rimane quindi una concessione dal profilo finanziario alla parte italiana sui proventi di quello che viene lavorato in Ticino”.
Vorpe: “Nel breve termine il Ticino ci perde”
Un entusiasmo contenuto, quindi, quello del presidente del Governo ticinese, che non ha nascosto che il nostro Cantone in fin dei conti non ci guadagna molto da questo accordo. “Direi che nel breve e medio termine ci perde”, sostiene Samuele Vorpe, responsabile Centro competenze tributarie della SUPSI, il quale spiega però che “fra una decina di anni potrebbe guadagnarci, ma sono solo ipotesi perché è un lasso di tempo molto lungo”. Dal 2034 il Ticino tratterrà infatti tutte le imposte senza i ristorni, “ma bisognerà capire come evolverà il mercato del lavoro, calcolando che ultimamente ha preso piede il telelavoro che sta modificando sia il comportamento dei lavoratori sia il tipo di tassazione”. Per Vorpe, guardando la situazione attuale c’è la sicurezza che “per il Ticino vi saranno maggiori uscite e minori entrate perché i ristorni versati non saranno più del 38,8% ma del 40% e il moltiplicatore comunale sull’imposta alla fonte non sarà più del 100% ma quello medio. Tutto questo a fronte, dal 2034, di maggiori entrate”.
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