
Domenica i commercianti di Lavena-Ponte Tresa hanno manifestato in mutande contro le restrizioni alle frontiere imposte dal Governo, che stanno mettendo in ginocchio l’economia locale a causa dell’assenza della clientela Svizzera. Il borgo sul Ceresio non è però il solo a soffrire della situazione, anche Ponte Chiasso infatti “È una situazione che rasenta il drammatico, e questa farsa di tira e molla con il Governo ci ha sicuramente esasperato”, confida a Teleticino Luca Bai, possessore di una boutique oltreconfine. Da mesi infatti gli affari di molti commercianti sono evaporati, e la situazione non è cambiata dopo gli allentamenti entrati in vigore da domenica: nel Bel Paese infatti resta l’obbligo del tampone negativo in entrata entro le 48 ore precedenti, un fattore che continua a scoraggiare il turismo degli acquisti: “Siamo alla canna del gas”, sintetizza Lorenzo Gagiardo, titolare della Macelleria Bianchi, “il lavoro è quasi a zero: noi lavoriamo per il 95% con la clientela svizzera, e se non escono non si lavora. Questa mattina per esempio ho servito tre clienti, di solito sono una cinquantina”.
“Neanche durante la guerra...”
Stessa situazione per Luca Bai: “Per noi l’assenza degli svizzeri pesa per il 90%, e così anche per tantissime realtà del posto dalla fine della seconda guerra mondiale. Sono il fulcro della nostra vita lavorativa e quotidiana”. Ed è proprio il paragone con l’ultimo conflitto che mostra la criticità della situazione: “È la prima volta in assoluto che la situazione è così drammatica”, spiega Bai, la cui boutique ha aperto nel 1938, “neanche durante gli anni di conflitto si è vista una moria di attività di questo genere”. E a questo punto anche a Ponte Chiasso ci si sta organizzando per una protesta: “Pensavamo di imbastire una manifestazione, ovviamente autorizzata e pacifica, per far sentire la nostra voce”, continua Bai, “Voce che i rappresentanti locali hanno cercato di portare a Roma ma che è stata evidentemente ignorata per motivi a noi ignoti: non c’è stata data alcuna risposta”. Anche Luigi Livia, titolare da oltre trent’anni di “Granpizza”, pensa di partecipare: “Siamo una zona particolare, siamo qua per gli svizzeri: se loro non vengono noi siamo tagliati fuori”.
Tanti rischiano di chiudere
La situazione intanto ha già costretto alle prime chiusure: “Qualcuno ha chiuso e qualcuno rischia di dover chiudere”, racconta Bai, “io mi ritengo fortunato perché tratto articoli commerciali non deperibili e posso temporeggiare. Ma chi tratta gli alimentari, inclusi i ristoratori, è veramente in condizioni pessime”. Lo sottolinea anche Bianchi, che nella sua macelleria lavora da più di 30 anni: “Fin quando ce la faccio tengo duro, quando non ce la faccio più tiri giù la serranda”.
Se Ponte Chiasso piange, come va nel Mendrisiotto?
“Un cambiamento in positivo l’hanno avuto probabilmente solo gli alimentari”, spiega Carlo Coen, presidente dei commercianti del Mendrisiotto, riguardo alla situazione dal nostro lato del confine, “Per gli altri è stato comunque molto difficile. Bisogna comunque dire che gran parte delle attività hanno imparato ad adattarsi, puntando anche molto sull’online”. Ma quindi si teme che con la riapertura delle frontiere ci possano essere ripercussioni? “Sinceramente credo ci saranno ripercussioni anche qui soprattutto per l’alimentare. Ovviamente tutti quanti, quando potranno, correranno per gli alimentari. Per il resto non credo, ci sono tanti altri prodotti concorrenziali e altri costano anche meno in Ticino rispetto all’Italia”.
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