
Tre mesi fa il primo caso di dengue In Svizzera interna, registrato a Basilea. Da anni in prima linea nel monitoraggio di questo tipo di malattie trasmesse dalle zanzare, le autorità sanitarie ticinesi, insieme a quelle della Città di Mendrisio, hanno oggi illustrato il modello di prevenzione ticinese alla Direttrice dell’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP), ospite all’istituto di microbiologia della SUPSI di Mendrisio.
Lévy: «In Ticino lavoro impressionante»
«Sono davvero impressionata per il lavoro che fa la SUPSI ma anche tutto il Canton Ticino nella lotta contro i problemi generati da queste zanzare» ha commentato la direttrice dell’UFSP Anne Lévy. «Sono anche davvero impressionata dalla sinergia fra i diversi livelli: dall’ambiente (quindi il focus sulle zanzare), agli animali a rischio trasmissione (cavalli e uccelli in primis), il livello dell’essere umano che può essere contaminato da malattie che possono essere anche molto gravi e infine anche l’importanza della formazione dei medici affinché possano riconoscere questi casi».
Fattore chiave: l’aumento delle temperature
Uno dei fattori critici alla base della colonizzazione da parte di vettori artropodi un tempo confinati nei paesi tropicali, c’è sicuramente l’aumento delle temperature. Inoltre, l’elevato numero di persone che si recano all’estero in zone in cui malattie come la dengue, la Chikungunya e la febbre Zika sono endemiche, potrebbe contribuire alla comparsa di casi autoctoni nel nostro Paese, a causa della presenza di vettori competenti come la zanzara tigre
Come con il Covid: Ticino in prima linea
«Il Ticino è sicuramente stato molto più esposto degli altri cantoni» ha dichiarato il Medico Cantonale Giorgio Merlani «siamo stati ad esempio la prima regione in Svizzera in cui è arrivata la zanzara tigre. Un po' come avvenuto con il Covid-19, questo ci ha permesso di maturare una profonda esperienza, più avanzata rispetto agli altri Cantoni, e oggi siamo felici di mettere a disposizione le nostre competenze».
Gli sviluppi: un modello di monitoraggio integrato
L'obiettivo, ora, è quello di di sviluppare un protocollo di monitoraggio integrato per il virus del Nilo Occidentale grazie anche alle competenze specialistiche dell’istituto di microbiologia della SUPSI. «Andiamo a vedere tutti gli aspetti importanti per la trasmissione del virus» spiega Francesco Origgi direttore Istituto microbiologia SUPSI «nel solco del paradigma «One Health». Per questo agiamo su più livelli: ambientale, animale e umano. Il nostro obiettivo è quello di sviluppare un progetto pilota da esportare a livello nazionale».

