
Il riferimento ad “Arancia meccanica”, il film di Stanley Kubrick, è stato del giudice Claudio Zali. E oggettivamente non poteva essere altrimenti. La violenza oltre ogni limite è il file rouge dei verbali che raccontano quanto successo nella notte del 13 novembre scorso, prima alla pensilina dei bus a Lugano, poi nei pressi del centro sociale il Molino. I quattro protagonisti oggi alla sbarra si chiamano Fabian, Christian, John e Josselin. Quattro giovani dai 20 ai 23 anni, accusati di aver aggredito un altro giovane in una notte fatta di alcol, marijuana e LSD. Per due di loro, Fabian e Christian, l’accusa è ancora più pesante: tentato omicidio intenzionale. Sono accusati, dalla procuratrice pubblica Chiara Borelli, di aver accoltellato la vittima. 12 fendenti in tutto, tre dei quali – per pochi millimetri – non si sono rilevati letali. Il processo aperto oggi è parzialmente indiziario. Come ricordato dal presidente della corte Claudio Zali, l’attitudine dei quattro imputati e la scarsa collaborazione della vittima, definita un soggetto ambiguo, hanno reso particolarmente difficile stabilire chi dei membri della banda sia stato ad infliggere i colpi potenzialmente letali. Lo scenario nel quale sono accaduti i fatti sono quelli della marginalità estrema. Quattro ragazzi accomunati da conflitti famigliari. Quattro giovani per i quali ogni intervento sociale si è dimostrato vano. Abuso di alcol, droga, ricoveri coatti presso la clinica psichiatrica di Mendrisio, comunità di recupero non sono bastate. Ma torniamo ai fatti del 13 novembre 2010. Sono circa le 15. In zona pensilina a Lugano John, costretto a muoversi in sedia a rotelle, incontra Fabian, uscito 20 giorni prima dal carcere. Un pomeriggio come tanti, fatti di noia. Si beve birra. Qualche canna. E la botta di LSD della sera prima che sale di nuovo alla testa. Si fanno le 20. Nel frattempo si aggrega Christian. I litri di birra bevuti arrivano a 5-6 per ognuno. John incontra una vecchia conoscenza. Emergono subito vecchie ruggini. Due parole fuori posto e John, nonostante la sedia a rotelle, sferra un pugno. Nasce una rissa. Sbuca anche una spranga di ferro che John portava nella carrozzina. Intervengono un po’ tutti. Sembra finita li. I tre, ai quali si aggiunge Josselin, decidono di andare al Molino per trascorrere la serata. Sanno che probabilmente incontreranno di nuovo il tizio con il quale si erano appena picchiati. E così é. All’entrata del centro sociale scoppia di nuovo la rissa. Calci in faccia e pugni. Ma non finisce li. La vittima si rifugia, nei pressi di via Balestra, sotto un’ auto posteggiata. Si trova però in un vicolo. Fabian e Christian lo raggiungono e spunta il coltello che Fabian porta abitualmente con se. Inzia Fabian. “Ammetto di averlo accoltellato. Ma anche se sembrerà strano, so quando fermarmi. Ho puntato alle braccia. Non avevo nessuna intenzione di ucciderlo” ha detto il 23enne. Che addebita a Christian, 21 anni, i colpi più pericolosi: quelli al cavo ascellare. Lui nega. Sarà la corte a stabilire le responsabilità di ognuno. Ma è l’atteggiamento processuale che ha lasciato basiti i membri della corte. Nei verbali i particolari sono talvolta truci. E durante la lettura in più di un’occasione alcuni imputati si sono messi a ridere. Poi Christian ha spiegato: “a quello gli abbiamo reso pan per focaccia a quello li. E’lui che ha iniziato. L’abbiamo un po’ingigantita per sentirci più grandi, ma non è stato così brutale. Non siamo mica lo squadrone della morte. Signor giudice diciamo che è stata una ragazzata”. “I vostri avvocati in questo momento sono particolarmente preoccupati” ha quindi rimarcato il giudice Zali. “E vabbé, loro intanto incassano la parcella e questa sera vanno a casa a dormire belli tranquilli. Noi no” ha risposto Christian. Il dibattimento proseguirà domani con la requisitoria e le arringhe degli avvocati Giorgio De Biasio, Alain Susin, Marilisa Scilanga e Stefano Rossi. La sentenza è attesa in serata.
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