
Un piccolo Paese nel cuore dell’Europa, senza sbocchi sul mare e senza grandi risorse, che negli ultimi duecento anni ha costruito parte della propria prosperità sulle relazioni pacifiche, sulle alleanze commerciali e soprattutto sulla neutralità. Un principio fissato nella Costituzione nel 1848, sull’onda lunga del Congresso di Vienna. L’invasione russa dell’Ucraina ha però segnato uno spartiacque. L’adesione della Svizzera alle sanzioni europee e la crescente cooperazione militare con Paesi terzi hanno riacceso una domanda antica: che cosa significa oggi essere neutrali? Il prossimo 27 settembre, gli svizzeri saranno chiamati a votare sull’iniziativa che chiede di rafforzare e rendere più restrittivo questo principio.
Il comitato promotore, presentatosi oggi in Ticino, riunisce un fronte politico particolare, con il sostegno sia delle aree democentriste sia di quelle comuniste. «L’importante per noi è guardare i contenuti della proposta. E questa proposta ha dei contenuti che a nostro avviso sono estremamente progressivi», sottolinea Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista. Secondo Marco Chiesa, consigliere agli Stati UDC, la neutralità deve essere integrale, armata e permanente: «Questo ci permette di giocare quel ruolo di mediatore dei buoni uffici e avere un ruolo nel mondo».
Neutralità integrale, armata e permanente
L’iniziativa propone di inserire nella Costituzione un nuovo articolo con quattro punti: la neutralità svizzera è permanente e armata; la Svizzera non aderisce e non collabora ad alleanze militari, salvo in caso di aggressione o di atti preparatori a un’aggressione; la Svizzera non partecipa a scontri militari e non adotta sanzioni contro altri Stati, fatta eccezione per quelle adottate dall’ONU e per i provvedimenti volti a impedire l’elusione delle sanzioni; infine, la Svizzera si avvale della propria neutralità per fungere da mediatrice internazionale.
Il Consiglio federale e il Parlamento respingono l’iniziativa, sostenendo che buona parte di questi obblighi sono di fatto già realtà nel nostro Paese. Per i promotori, l’obiettivo è invece eliminare le ambiguità e fissare nella Costituzione i punti cardine della neutralità. Paolo Pamini (UDC) difende anche la necessità di ridurre il margine di manovra del Governo: «La neutralità va sempre adattata alle circostanze. Il mondo non è uguale nel corso dei secoli, ma fare una videoconferenza in Piazza federale con Zelensky è forse una flessibilità un po’ troppo eccessiva, che noi non vogliamo più vedere».
Il nodo NATO e le sanzioni
Fra le preoccupazioni espresse dal Consiglio federale c’è anche il fatto che l’iniziativa ostacolerebbe la collaborazione con la NATO in materia di sicurezza. Non c’è dunque il rischio di indebolire il know-how del nostro esercito? «Questo è fumo negli occhi che il Consiglio federale sta gettando nella conferenza stampa contro l’iniziativa», ribatte Pamini. «Il testo dice letteralmente che non possiamo aderire ad alleanze difensive con altri, quindi non possiamo aderire alla NATO. Si parla di collaborazione, ma sul campo di battaglia. Questo non lo vogliamo a meno che la Svizzera non sia minacciata direttamente». A fargli eco Ay: «Le sanzioni unilaterali che vengono imposte dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e non dalla comunità internazionale di cui anche noi facciamo parte, sono sanzioni scelte e definite politicamente. Questo non è assolutamente coerente né con la nostra tradizione neutrale né favoriscono la pace».

