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Ticino
«Volevo solo che la guerra finisse». Come il conflitto in Ucraina ha cambiato i piani di Anna
Una delle prime foto che Anna ha scattato in Svizzera nel 2022
Una delle prime foto che Anna ha scattato in Svizzera nel 2022
Fuggita da Odessa all'inizio dell'invasione russa, oggi Anna, 21 anni, vive nei Grigioni con la sua famiglia e ci racconta come affronta la sua vita quotidiana, tra sicurezza, integrazione e un futuro ancora incerto.

All’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Anna si è trasferita da Odessa, bombardata quotidianamente, in Polonia insieme alla sua famiglia, per poi spostarsi in Svizzera. Oggi ha 21 anni e si sente al sicuro, ma allo stesso tempo vive una certa incertezza. Anna vive nei Grigioni e non le manca nulla, ma ricorda bene tutto ciò che ha dovuto lasciare alle spalle. In questa intervista * racconta la sua esperienza.

Come hai deciso di trasferirti in Svizzera e perché?

«Io e la mia famiglia ci siamo ritrovati in Polonia quando è iniziata la guerra: stavamo andando lì proprio in quei giorni. In Polonia c’era un hotel che accoglieva rifugiati. Era l’inizio di marzo del 2022. C’era una donna che organizzava dei trasporti verso la Svizzera e ha invitato anche noi ad andare. L’hotel offriva solo accoglienza temporanea e poi non si sapeva dove vivere. Così siamo partiti con queste persone in autobus».

Quali sono state le tue prime impressioni della Svizzera?

«Ricordo che ero molto stressata. Non pensavo affatto a dove stessimo andando o al perché. Come molti ucraini, penavo che la guerra sarebbe finita presto, quindi non immaginavo che saremmo rimasti qui così a lungo. Sono già passati quattro anni. Volevo solo che, prima di tutto, la guerra finisse e, in secondo luogo, avere un posto dove vivere. Nessuno ci cacciava via, ma in Polonia in quel momento non fornivano alcun alloggio. Si poteva affittare, ma a proprie spese e con un deposito. I prezzi allora erano saliti molto».

Com’è stata la procedura per ottenere il permesso di rifugiato S?

«Siamo andati quasi subito da una famiglia che viveva nei Grigioni. Ci hanno accolti e si sono occupati loro delle pratiche. Parlavano poco inglese, erano germanofoni, e anche noi lo parlavamo poco. Tuttavia, riuscivamo a capirci con il traduttore e abbiamo capito che ci stavano aiutando a registrarci per il permesso. Hanno fatto quasi tutto loro per noi e non ci sono stati problemi. Abbiamo aspettato circa un mese o due. Era l’inizio di marzo 2022, quindi allora lo status veniva rilasciato abbastanza rapidamente».

È stato difficile imparare la lingua? Quanto la padroneggi adesso?

«All’inizio non avevo molta motivazione, perché sembrava che la guerra sarebbe finita presto. Inoltre, è una lingua completamente diversa dalla nostra. Non è comunque così difficile come altre lingue della Confederazione: il francese, per esempio, con la sua grammatica è più complicato. L’italiano, in sostanza, è abbastanza semplice dal punto di vista logico, ma è stato comunque difficile perché è una lingua completamente nuova, con poche parole simili all’ucraino. Io sono una persona a cui le lingue sono sempre risultate difficili, quindi è stato pesante. Ma alla fine l’ho imparata: parlando con la gente del posto e studiando da sola. Fortunatamente oggi ci sono molte risorse per imparare una lingua, per chi lo desidera. Ora penso di riuscire a spiegarmi bene, anche se non ho ancora un livello da madrelingua, al quale vorrei arrivare».

Come percepisci gli svizzeri? Quali sono le differenze di comunicazione rispetto agli ucraini?

«Non ho molti amici svizzeri, ma ci sono persone con cui abbiamo un buon rapporto e con cui comunichiamo. Penso che siano cordiali, educati e molto aperti. Sui mezzi pubblici, per esempio, noto una differenza. In Ucraina, quando viaggiavo in treno, i compagni di viaggio cercavano spesso di attaccare conversazione. In Svizzera, invece, succede più raramente. Oppure sull’autobus: le persone mettono la borsa sul sedile accanto per non far sedere nessuno e tutti lo rispettano. Da noi di solito si mette la borsa sulle ginocchia e gli altri si siedono accanto. In Ucraina non facciamo molto small talk, ma conversazioni più profonde: sulla vita, sulla politica, sulla vita personale. Ora però gli small talk spesso sono su dove è caduto o volato un drone Shahed».

Oggi senti di poter chiamare la Svizzera casa? Ti senti al sicuro?

«Mi sento al sicuro qui. Quasi tutta la mia famiglia è qui, quindi sì, probabilmente posso chiamarla casa. Almeno una nuova casa. Purtroppo, dall’inizio della guerra non sono ancora tornata in Ucraina».

Hai intenzione di restare in Svizzera? Quali sono i tuoi piani per il futuro?

«Per ora non so assolutamente nulla e non faccio piani, perché tutto è incerto. Anche la guerra: nessuno pensava che sarebbe durata quattro anni. Questa condizione, in cui non puoi pianificare nulla, è un po’ deprimente. Anche lo statuto S è instabile: è stato creato pensando che le persone sarebbero tornate in Ucraina. Molte persone si sono integrate, ma non si sa cosa succederà. E non si sa quando finirà la guerra. Oggi nel mondo c’è molta instabilità, ma quando sei un rifugiato e il tuo Paese è in guerra è ancora più difficile fare progetti».

I tuoi genitori lavorano?

«Sì. Mio padre lavora con dei viticoltori e mia madre in cucina».

Come hanno trovato lavoro?

«La nostra assistente sociale, che ci ha aiutato in tutto, ha trovato il lavoro per mio padre. Era la sua prima offerta, nell’estate del 2022, e ha accettato subito. Mia madre ha cercato più a lungo, rivolgendosi ad alcune organizzazioni che aiutano nella ricerca di lavoro. Prima ha fatto uno stage e ha lavorato gratuitamente per una settimana. Poi, quando si è aperta una posizione, le hanno offerto un contratto a tempo indeterminato».

Quanto è difficile trovare lavoro con il permesso S?

«Secondo me è difficile. Per esempio, mia sorella ha cercato lavoro a lungo in Ticino, inviando molte candidature, ma non è riuscita a trovarlo. Solo lavori stagionali, per esempio estivi. È stato anche uno dei motivi per cui è tornata in Ucraina. In Ticino in generale c’è poco lavoro, non solo per gli ucraini. Anche molti locali me lo dicevano. Noi però viviamo nei Grigioni e penso che lì la situazione sia un po’ diversa. So che nei cantoni germanofoni la situazione è migliore».

Lo Stato cerca di rendere finanziariamente indipendenti tutti gli ucraini che vogliono restare. Quanto è difficile rimettersi in piedi economicamente?

«Penso che con un lavoro sia possibile. Il problema è trovarlo. I miei genitori, che lavorano, dall’estate del 2024 hanno rinunciato completamente all’assistenza sociale. All’inizio gli assistenti sociali li sconsigliavano, dicendo che forse sarebbe stato difficile, ma hanno comunque deciso di farlo».

Molti si chiedono: quanto costa vivere?

«L’affitto e l’assicurazione sanitaria rappresentano le spese più consistenti. Per la spesa alimentare ci aiuta anche Tavolino Magico».

 

* Nota dell’autore

Mi chiamo Oleh Pshenychnyi e sono uno studente di giornalismo arrivato in Ticino nel febbraio 2023, dove ho ottenuto lo statuto di protezione S. In Ucraina ho frequentato l’Università nazionale di Chernivtsi (per cui continuo a seguire corsi online) e attualmente studio all’USI di Lugano. Nel corso del mio percorso accademico devo realizzare cinque articoli, che saranno pubblicati su Ticinonews (testata presso la quale ho già svolto uno stage nell’estate del 2024). Il tema della serie riguarda la condizione dei rifugiati ucraini in Svizzera e le politiche di assistenza della Confederazione nei loro confronti. Dall’inizio della guerra la Svizzera ha accolto circa 70.000 rifugiati ucraini, di cui quasi 3.000 in Ticino. Quella di Anna è la prima storia di questa serie. Una storia tra le tante: diverse tra loro, ma allo stesso tempo simili. Con il protrarsi del conflitto, i destini spezzati e le vite interrotte non scompaiono. E forse una persona che ha bisogno di aiuto potrebbe trovarsi più vicino a noi di quanto immaginiamo.