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"Volevamo andare in Siria ad aiutare i bambini"
"Volevamo andare in Siria ad aiutare i bambini"
"Volevamo andare in Siria ad aiutare i bambini"
Redazione
10 anni fa
Abderrahim Moutaharrik ha negato di volersi arruolare nell'ISIS. "I soldi servivano per un passeggino"

Si è tenuto poco fa il primo interrogatorio ad Abderrahim Moutaharrik, il 28enne già campione svizzero di kickboking arrestato giovedì scorso insieme a sua moglie ed altri due presunti jihadisti.

Difeso dall'avvocato Francesco Pesce, il pugile ha chiarito subito la sua posizione. "Vedendo le immagini dei bambini martoriati volevo andare in Siria ad aiutare la popolazione e non arruolarmi nell'esercito dell'ISIS" ha dichiarato Moutaharrik davanti al gip Manuela Cannavale.

Il 28enne ha aggiunto di non aver organizzato alcun attentato e di non ritenere di aver fatto alcunché di male. "Le cose che ho detto le ho dette per rabbia" ha dichiarato. "Le guerre sono terribili e fanno più vittime tra chi non c'entra nulla. Non mi farei mai saltare in aria, non farei mai del male a gente con cui sono cresciuto."

In seguito è stata interrogata anche la moglie di Moutaharrik, difesa anche lei dall'avvocato Francesco Pesce, che ha confermato la linea difensiva del marito.

"I miei assistiti - ha detto poi il legale uscendo dal carcere di San Vittore - hanno spiegato ai magistrati che sono cresciuti in Italia e non vorrebbero mai fare seriamente del male a nessuno." Poi l'avvocato Pesce ha ribadito: "I loro proclami vanno contestualizzati nel proposito di aiutare i civili innocenti martoriati dalla Siria e, in particolare, i bambini. Abderrahim è un ragazzo normale, estraneo al mondo dell'Isis e del terrorismo. Bisogna stare attenti a non processare fanfaronate al telefono. Agiamo in un contesto sociale che rende colpevoli i sospetti".

Rispondendo ad alcune domande sulle intercettazioni, l'avvocato ha affermato che i suoi assistiti non hanno negato di avere detto quelle frasi ma "hanno precisato che vanno lette in un contesto più ampio e che dal dire al fare ne passa". Riguardo alle espressioni di ammirazione per Oussama Khachia, fratello del terzo indagato Abderrahmane Khacia e morto martire in Siria, Pesce ha precisato che "è una figura che per il Corano riveste una certa importanza. Nei loro discorsi non hanno esaltato l'attentatore ma il martire".

In merito al finanziamento chiesto dalla coppia, che per gli inquirenti sarebbe servito per pagare il viaggio in Siria, l'avvocato ha spiegato che quei soldi "servivano per coprire altri debiti e per l'acquisto di un passeggino per un amico." I due, prosegue Pesce, hanno ammesso di avere avuto rapporti con persone che però non erano direttamente collegate con l'ISIS, alle quali avevano chiesto il nulla osta, la tazkia, per entrare in Siria dove volevano andare ad aiutare la popolazione.

Al termine degli interrogatori, l'avvocato Pesce ha inoltre annunciato che presenterà un'istanza di scarcerazione per marito e moglie, i quali non vedono l'ora di rivedere i loro figlioletti, ora affidati ai nonni.

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