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L'ospite
"Vite al fronte", il grande intreccio delle guerre raccontate in un libro
Redazione
un anno fa
Mercoledì a Bruxelles i leader europei si sono confrontati sulla sicurezza e sul riarmo dell'Europa. Con Luca Steinmann, giornalista e scrittore, abbiamo parlato del suo nuovo libro e approfondito la questione sull'identità dell'Occidente e l'interconnessione dei conflitti globali.

Mercoledì i leader europei si sono confrontati a Bruxelles fino a tarda serata sulla sicurezza del continente. Al centro del vertice il piano di riarmo proposto dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ma anche l’ombrello nucleare offerto dal presidente francese Macron che ha esordito parlando di “una nuova era”, e che dopo la virata di Trump sul sostegno militare all’Ucraina ha offerto all’Ue la deterrenza nucleare. Una discussione di massimo riserbo. Niente collaboratori, niente telefonini. Un confronto urgente su quanto proposto martedì dalla presidente della Commissione europea: mobilitare fino a 800 miliardi di euro da investire nella difesa europea attraverso una sorta di debito comune. L’idea è quella di appellarsi alla clausola dei trattati che permette di scorporare determinate spese dal deficit di bilancio. Non tutti gli Stati membri però sembrano marciare compatti. In ogni caso, il vertice di mercoledì è stato cruciale ma non decisivo. Motivo per cui si tornerà a parlarne il prossimo 20 marzo. Per approfondire il tema abbiamo avuto ospite a Ticinonews il giornalista, reporter e scrittore Luca Steinmann, che negli ultimi anni ha seguito in prima persona diversi conflitti e ha appena pubblicato il suo ultimo libro: “Vite al fronte”.

Una settimana fa c'è stato il duro scontro alla casa bianca tra Trump e Zelensky, poi di giorno in giorno si sono susseguite notizie, adesso si parla del riarmo dell'Europa, tu come stai leggendo quello che capita?

“Mi sembra che possiamo parlare di una grande crisi di identità dell'Occidente, che pensava di essere uno solo e di essere guidato dagli USA. Oggi, invece, vediamo che esistono più occidenti che si scontrano gli uni contro gli altri. L'Occidente che pensavamo esistesse prima, quello a guida americana, era quello che ci eravamo raccontati. Quello che sosteneva che a partire dal 1989 - anno della caduta del muro di Berlino e del comunismo – avessimo pensato che la democrazia si sarebbe automaticamente espansa per tutto il mondo, guidata dalle alleanze americane cappeggiate dagli USA. Ebbene, questo non è avvenuto perché purtroppo le guerre costellano tutto il pianeta, ma stiamo anche assistendo che negli USA è salito al potere un governo che ha dell'Occidente un'idea completamente diversa: non vuole più avere questo ruolo che si pensava volesse avere precedentemente. E quindi noi europei ci stiamo interrogando su che cosa fare e su come continuare, stanno anche arrivando diverse risposte. C'è chi come Macron propone una linea più decisa, chi invece è più conciliante verso la Russia come Viktor Orban. Però noi europei stiamo cercando di capire come andare avanti nel futuro. E questo perché l'idea di un Occidente unico - che avrebbe permeato tutto il mondo automaticamente nel corso del tempo - penso sia proprio finito”.

Anche perché il timore di molti - espresso anche da Macron mercoledì sera - è che Putin non si accontenti dell'Ucraina, ma che possa invadere altri Paesi. È davvero un'ipotesi realistica?

“Questa è una domanda da un milione di dollari. Sicuramente la Russia vuole ricreare un'area di influenza nei territori che rivendica propri, ovvero quelli che appartenevano allo spazio post-sovietico e che l'Unione Sovietica aveva di fatto controllato. A mio avviso bisogna però stare attenti nel dire che la Russia marcerà verso l’Europa occidentale. È chiaro che – come abbiamo già visto nel passato – nel momento in cui le tensioni tra Occidente e Russia diventano importanti, ecco che la Russia è pronta a schierare i carri armati sul campo, e quindi a cercare di prendersi con la forza ciò che ritiene essere sotto la propria ala. Quindi, la linea che sta dando l'attuale governo americano è anche quella di provare a dialogare con Mosca, quasi per spartirsi le diverse aree di influenza. Ma non è chiaro quale dovrebbe essere il confine di queste aree né, qualora ci fossero conflitti futuri, come reagirebbe nuovamente la Russia. Ed è esattamente questo il punto di scontro che c'è stato tra Trump e Zelensky, che è poi scaturito nel celebre litigio. Zelensky vuole avere delle garanzie sulla sicurezza e si chiede come fare a sapere che la Russia non li attaccherà nuovamente. Una domanda legittima, ma ancora aperta”.

Nel tuo nuovo libro, che è un diario di guerra che raccoglie un decennio di esperienze in zone di conflitto, parli di diverse tue esperienze sul campo di guerra e parli di un filo comune che intreccia tutti questi conflitti. Qual è?

“Papa Francesco l'ha definita una terza guerra mondiale a pezzi. Andando in giro per tutte queste aree di conflitto nel corso degli anni mi sono resto conto che tutti questi teatri che vediamo sono interconnessi gli uni con gli altri. Ma spesso tendiamo a considerarli separati, ci informiamo e focalizziamo su una guerra. E una volta terminata dal punto di vista mediatico iniziamo a concentrarci sulle altre. Tuttavia, mi sono reso conto che tutti questi conflitti sono interconnessi e si alimentano a vicenda. Non ci sarebbe mai stato un crollo così rovinoso del regime Assad in Siria se la Russia, sua grande alleata, non fosse stata così impegnata a combattere in Ucraina, investendoci così tante risorse civili e militari da dover rinunciare al sostegno dei territori siriani. Quindi in questo libro vado a cercare storie di persone che mostrano, sia sul piano più basso sia su quello più alto, come tutti i conflitti siano collegati. Vado a cercare le storie di ebrei russi, di ucraini che scappano verso Israele a seguito dell'invasione dell'Ucraina pensando di trovare rifugio, ma si trovano coinvolti nella guerra di Gaza. Vado a cercare i palestinesi sfuggiti da quei territori dove vanno a stabilirsi gli ebrei che oggi vivono in Siria e in Libano, e che sono coinvolti in queste guerre. Cerco quindi di mostrare questo filo tramite le loro storie e mostrare come le guerre siano davvero molto intrecciate tra loro”.

Persone che lottano per la sopravvivenza, tu le hai incontrate. Com'è stato parlare con loro? Cosa raccontano?

“Dico una cosa banale ma che a mio avviso non lo è: se vogliamo trovare una costante in tutti i territori di guerra che io ho visitato è che la maggior parte delle persone vorrebbero vivere in pace e sono poco ideologizzate. La speranza di poter avere una vita normale, l'ambizione di poterla avere e il ricordo  realizzato del proprio paese prima delle guerre è enormemente diffuso ovunque. Al contempo, nel momento in cui scoppiano i conflitti, le persone si trovano a vivere con delle amministrazioni locali, con dei regimi e delle giunte che inevitabilmente sono permeate dalle guide militari. Quindi si va a creare tutto questo rapporto di dipendenza e interconnessione tra popolazioni e soldati, spesso anche il fatto di imbracciare le armi diventa una delle poche e uniche forme di sopravvivenza, anche economica. Io vado a raccontare le storie di persone che si arruolano nel gruppo Wagner, un gruppo di mercenari che combatte per conto di Putin e ora integrato ufficialmente in gran parte dell'esercito regolare russo. Ci sono tante storie di persone che vogliono rimanere nei luoghi in cui appartengono, vogliono stare lì, cosa che per noi occidentali è spesso difficile da comprendere, ma nel momento in cui la guerra rischia di distruggerti tutto, tante persone fanno ogni cosa per non doversene andare anche se c'è il rischio concreto che cadano dei missili sui tetti”.

Nel difficile percorso verso la pace e la risoluzione dei conflitti si apre anche quello della convivenza: in futuro secondo te come riusciranno a convivere questi popoli e come verrà garantita la pace?

“La pace è una questione politica, quindi ci sono i governi che devono accordarsi per trovare una soluzione comune e condivisa. A volte è necessario che è il più forte - come sta cercando di fare Trump - imponga una pace in altri territori. Ma una volta raggiunta la pace momentanea, le memorie di coloro che hanno vissuto le guerre, le deportazioni e lo sradicamento da casa propria non si estingueranno facilmente, anzi, spesso le memorie sono qualcosa che entra a far parte delle famiglie, che viene ereditato di generazione in generazione. Le comunità e le famiglie si formano nel ricordo del proprio antenato che ha sopravvissuto un determinato evento”.