
Nella 26esima settimana - tra il 28 giugno e il 4 luglio - la variante delta del coronavirus ha causato il 27% delle infezioni registrate in Svizzera e nel Liechtenstein. Lo ha comunicato oggi l’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) nel suo rapporto settimanale, sottolineando come la quota di tale variante sia aumentata notevolmente dall’ultima settimana di maggio. Ci dobbiamo preoccupare? Per fare un quadro della situazione i colleghi di Teleticino hanno interpellato il dottor Alessandro Diana dell’Università di Ginevra.
Siamo sull’orlo di una quarta ondata?
“C’è la possibilità di avere un ‘ondata Delta’, anche se bisognerebbe sapere quant’è questa possibilità. Magari, come con la meteorologia, si annuncia la pioggia e ci sarà il sole”.
Qual è il parametro da seguire, quello dei contagi o quello dei ricoveri?
“Tutti e due entrano nell’equazione. Chiaramente quello che ci preoccupa è che questa variante è molto più contagiosa, fino al 70% rispetto alla variante inglese. Poi chiaramente quello che ci interessa davvero di questa pandemia non sono tanto i contagi quanto chi sviluppa delle complicazioni e sovraccarica gli ospedali. Qui bisogna dire che se ci sarà l’ondata Delta questa si abbatterà sulle persone che non sono immuni, ma quello che ci rassicura è che proprio chi è stato vaccinato o ha già avuto la malattia ha una buona protezione contro le complicazioni di questa variante”.
Israele, che è stato il capostipite della campagna vaccinale, avrebbe rilevato un’efficacia minore dei vaccini su questa variante...
“Giusto, purtroppo l’efficacia dei vaccini nel difendere dal contagio non è del 100%, ed è inferiore per la variante Delta. Però l’efficacia contro le complicazioni di salute è ben superiore, e questo è importante. Quindi il vaccino ci protegge ben più del 90% contro le complicazioni”.
Ci sono gli europei, con più di 60’000 persone a Wembley per le finali. Ci si è spinti troppo in là?
“Avremo la risposta tra 2-3 settimane. Qui non è tutto bianco o tutto nero, queste riaperture dovevano aver luogo se si tiene conto di tutti gli aspetti della società. Quello di cui mi rallegro è che questi assembramenti non sono in luoghi chiusi, perché adesso sappiamo chiaramente che il tasso di trasmissione all’esterno è fino a 20 volte minore rispetto all’interno, magari in luoghi non ventilati. Spesso poi si rispettano comunque misure come le distanze sociali, speriamo che tutto considerato l’equazione finale non sia drammatica ma lo vedremo tra un paio di settimane”.
Secondo la rivista Nature mancherebbero ancora due anni all’immunità di gregge globale. Non poco tempo da vivere con eventuali restrizioni...
“Bisogna interpretare queste cifre. Quando si parla di un’immunità di gregge al 70/80% vuol dire che a quel punto il virus non circolerà più in modo pandemico: si potrà dire ‘stop’ alla pandemia e il coronavirus diventerà una malattia endemica dei più giovani, un po’ come la varicella. Ma prima di arrivare a queste cifre si vedrà però una progressione: non saremo tutti in confinamento, come si può vedere già adesso. Questo perché i vaccini permettono di troncare drasticamente la curva d’infezione, e qui c’è un problema di equità vaccinale nel mondo, perché abbiamo visto che i paesi con un alto reddito economico possono accedere ai vaccini e raggiungere quest’immunità più rapidamente, mentre i paesi a basso reddito - che hanno meno accesso ai vaccini - richiederanno un tempo molto più lungo”.
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