
La Svizzera ha firmato un contratto per riservare dosi di un farmaco anti coronavirus che sta sviluppando una ditta elvetica. la Molecular Partners. Così, ha fatto lo stesso per il vaccino di Moderna, società biotecnologica statunitense. Alessandro Diana infettivologo, pediatra e insegnate all’Università di Ginevra è intervenuto in diretta al TgEstate per chiarire tutti i dubbi sulla situazione attuale in merito alle due soluzioni anti-Covid.
È meglio scoprire la cura o il vaccino?
“Abbiamo bisogno di tutti e due. Per combattere questo virus ci sono due modi: quello della prevenzione evitando l’infezione e poi per le persone infettate il farmaco è un’arma interessante per bloccare l’attività del virus”.
Cos’ha di particolare l’accordo con Molecular Partners?
“Sono delle proteine che si mettono sul sito delle cellule umane dove il virus ha bisogno di entrare. È come una chiave e una serratura, il virus si esprime sulla sua corteccia – la corona – riconoscendo la serratura specifica per permettere il virus di entrare nella cellula. Senza quest’ultima il virus non può replicarsi. È un modo per combatterlo, ovvero saturare i ricettori con il farmaco di modo che il virus non possa più penetrare”.
Come vengono gestiti i tempi?
“Prima di tutto ci vogliono degli studi preliminari che sono biologici, vedere come e quale tipo di proteine potrebbe andare in quale tipo di serratura che sono fatti in vitro e poi c’è tutta una sperimentazione della fase animale. Ma quello che interessa a noi è lo studio di efficacia. Ora ci sono più di un farmaco e più di un vaccino in fase di elaborazione ma ora è importante sapere se negli studi sull’uomo, in vivo, dimostreranno un’efficacia”.
Ora sappiamo che del vaccino potrà avere fino a 4,5 milioni di dosi e del farmaco fino a tre milioni di dosi, sono sufficienti?
“A mio avviso bisogna cominciare in qualche modo, secondo me sono i primi segni di un investimento importante: che sia nei vaccini o nel farmaco. La vera questione è sapere se funzionerà o meno. Ora tutti i paesi sono invitati a non investire solo su un vaccino o un farmaco perché in realtà non abbiamo neanche uno studio di efficacia che funzioni. La strategia è avere un investimento su una panoplia di farmaci e di vaccini”.
Il farmaco potrà essere usato come profilassi. Cosa cambia rispetto al vaccino?
“Se avremo questo farmaco bisognerà vedere il problema di distribuzione e vedere a quali gruppi bisogna darlo. C’è una questione di disponibilità che si lega a entrambe le strategie. Le nostre autorità daranno le raccomandazioni su chi dovrà essere vaccinato o chi dovrà assumere il farmaco. In questo momento probabilmente i bambini non saranno la priorità ma piuttosto lo saranno i nonni. Prima abbiamo bisogno di sapere se questi farmaci e questi vaccini sono efficaci e dopo bisognerà avere una strategia di salute pubblica che dirà quali sono le persone e le categorie che saranno vaccinati. Per dare il farmaco a livello preventivo c’è ancora un altro lavoro da fare per capire se ne vale la pena”.
Attualmente esistono già dei medicinali per curare il Covid, non sono sufficienti?
“Abbiamo dei farmaci che sono utili per combattere le complicazioni del coronavirus. Ma è un farmaco generale contro l’infiammazione, mentre quello di cui stiamo parlando ora sono specifici, sono degli antivirali diretti contro il virus lui stesso”.
Putin ha detto che la Russia ha il vaccino. Cosa ne pensa?
“Che sia il vaccino della Russia o che sia quello di Moderna - ce ne sono più di 160 - è essenziale avere gli studi di efficacia. La ricerca si sta focalizzando ma ciò che conta sono gli studi di efficacia che ci permetteranno di dire di avere un vaccino che funziona. Per la Russia non abbiamo dati che dimostrano l’efficacia di questo vaccino”.
L’unico dato è la dichiarazione di Putin che ha dichiarato di aver fatto testare il vaccino su una delle sue figlie che poi ha avuto la febbre.
“In modo generale è chiaro che un vaccino produce gli anticorpi, fa in modo che il sistema immunitario reagisca per la creazione di anticorpi e ci si può aspettare la febbre e questo è uno degli effetti collaterali molto frequenti. Questa non è una cattiva notizia ma non vuol dire nemmeno che il vaccino abbia funzionato. Le prime fasi hanno dimostrato che sono sicuri ma quello che vogliamo sapere è se le persone vaccinate hanno un beneficio del vaccino”.
Se tutto fila liscio e quindi queste scoperte che sono già state fatte passeranno le fasi quando lo avremo?
“Tutto dipende dalla tempistica degli studi di efficacia. Chiaramente viviamo una fase di crisi sanitaria a livello planetario. Per quanto riguarda il vaccino, per quello che noi sappiamo finora sullo sviluppo, è che minimo ci vorranno 6-9 mesi per poter avere qualche dato preliminare di efficacia. Si potrebbe dire che fino a Natale sarebbe una grande sorpresa avere un vaccino sicuro, ma penso che non arriverà per il 2020. Il miglior vaccino finora è la misura di protezione che usiamo come lavarsi le mani, tenersi a distanza e utilizzare la mascherina. Per il farmaco le cose potrebbero andare più veloci, alcuni dati potremmo averli già fra qualche mese e se saranno promettenti questo potrà generare degli studi con dati tangibili”.
In un periodo in cui tutto il mondo scientifico è concentrato sul coronavirus non si rischia di avere qualche deficit su altri fronti?
“Certo. Penso già alla ricerca, in quasi tutti i Paesi tutti i fondi di ricerca sono focalizzati sul Covid. Da quello che ho saputo però c’è anche una presa di coscienza che non c’è solo il coronavirus e molte altre cose vanno continuate”.
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