
“I frontalieri attivi nell’amministrazione dell’USI sono 30 su 245, pari al 12.2% del totale. Su 16 milioni di franchi di massa salariale relativa ai collaboratori amministrativi la percentuale dei salari dei frontalieri è pari al 12.8%”. Lo rivela il Consiglio di Stato, rispondendo a un’interrogazione del deputato Massimiliano Robbiani (Lega), il quale poneva interrogativi sull’assunzione di personale frontaliero nell’ateneo in ambito amministrativo (esclusi dunque professori e ricercatori), in particolare sull’applicazione della preferenza indigena, entrata in vigore nel 2018 nel settore pubblico e parapubblico.
I numeri dal 2018
Nel dettaglio, il Governo spiega che dal 2018 sono stati assunti 85 collaboratori, di cui 11 frontalieri, ciò che corrisponde a una percentuale dell’11,8%. Tra queste assunzioni, quelle dal 2020 sono state 57, di cui 8 ricoperte da frontalieri (14%).
La questione del concorso pubblico
Dal 2018, su un totale di 11 assunzioni di frontalieri (8,5 a tempo pieno), le posizioni messe a concorso sono state 6 (5,6 a tempo pieno). “Le altre 5 (1,9 a tempo pieno) sono state trasferimenti interni, da posizioni accademiche ad amministrative, motivate dal mantenimento di competenze specifiche”, precisa il Governo. “Il passaggio interno (…) ha riguardato prevalentemente percentuali di lavoro molto ridotte” ed è stato necessario “al fine di rafforzare l’organizzazione in alcuni servizi chiave all’interno dei quali occorrevano competenze specifiche maturate nell’ambito accademico”.
La questione indigena
Per le posizioni che erano state aperte, c’erano anche candidature ticinesi, scrive il Governo, che precisa: “Tenuto conto della selezione in base alla corrispondenza e adeguatezza rispetto al profilo e alle competenze richieste, non sempre esse sono giunte fino alla fase finale del percorso di scelta”. Il fattore della provenienza locale è tuttavia “sempre considerato attentamente” nel processo di scelta della candidatura finale. “Come prescrive la legge, la precedenza viene data a persone residenti, fatta salva la parità di qualifiche e l’idoneità a ricoprire la posizione ricercata”.
Non è possibile imporre la residenza in Ticino
Per quanto riguarda la possibilità di vincolare l’assunzione alla presa di residenza in Ticino, ciò non è possibile, spiega ancora il Governo. La residenza sul territorio “può essere formulata come auspicio” nei confronti del candidato, ma l’imposizione di un trasferimento contrasterebbe con l’Accordo tra la Confederazione Svizzera e la Comunità europea ed i suoi Stati membri sulla libera circolazione delle persone (ALCP), “poiché per i candidati cittadini dell’Unione europea l’imposizione di un obbligo di residenza costituirebbe di principio una discriminazione indiretta fondata sulla nazionalità, la quale è vietata in virtù dell’art. 2 ALCP e dell’art. 9 del suo Allegato I”.

