
Avrebbe parzialmente ammesso i fatti contestati dalla procuratrice pubblica Chiara Borelli, il 53enne psichiatra del Luganese, arrestato la scorsa settimana con l’accusa di aver compiuto atti sessuali con alcune sue pazienti. L’uomo, difeso dall’avvocato Niccolò Giovannettina, è in detenzione preventiva.
C’è da dire che questo caso non è una prima, ricorda TeleTicino. Nel 2014 uno psichiatra del Bellinzonese era finito in tribunale per una decina di rapporti sessuali con una donna in cura da lui. In quel caso fu stato assolto. Situazioni che portano a ragionare su una professione che necessità di una particolare vicinanza anche mentale tra medico e paziente. TeleTicino ha contattato lo psichiatra e psicoterapeuta Orlando Del Don per un parere a riguardo.
"Ogni psicoterapeuta sviluppa, se le cose vanno bene, un buon rapporto con il paziente - che si chiama transfert - sul quale si lavora, ma non è qualcosa che viene vissuto e deve essere vissuto dal terapeuta come qualcosa che lo riguarda personalmente, bensì come qualcosa che rimanda ad altre figure, che sono quelle della storia del paziente" spiega Del Don.
Il transfert quindi è una sorta di innamoramento? "Il transfert è amore sicuramente, allo stesso tempo però non fa riferimento alla persona in carne ed ossa che ci si trova davanti, ma è legato a quello che quella persona ricorda al paziente. Quindi dobbiamo essere molto attenti tutte le volte che il transfert scatta. È una buona cosa perché si può lavorare molto bene e di solito questo porta alla guarigione. Però è uno strumento anche pericoloso nel momento che bisogna riconoscere che questo non è diretto a noi".
Insomma, anche lo psicoterapeuta è un essere umano. Quali sono quindi le precauzioni da prendere per non rischiare di superare i limiti? "Bisogna essere sempre vigili davanti a questi movimenti che sono dell'inconscio, che nascono da parte del paziente, si trasformano e si spostano nella mente del terapeuta. E quindi anticipo la domanda che sicuramente mi vorrà fare: in qualche modo ci dovrà sempre essere qualcuno al quale il terapeuta può a sua volta fare riferimento davanti a situazioni che possono essere di questo tipo, ma anche di altro tipo nella relazione con i propri pazienti".
Lo psichiatra attualmente in carcere è stato impegnato per più di vent’anni nel pubblico e nel privato. L’esperienza quindi non basta. "Non bisogna illudersi che la nostra esperienza, che può essere pluriennale, possa garantirci qualcosa. Non garantisce nulla. Quando succedono situazioni come queste bisogna per forza riconoscere la nostra debolezza e bisogna far riferimento sempre a qualcuno col quale c'è fiducia e con cui ci si può confidare liberamente per essere aiutati. Se questo non c'è, il rischio è molto alto".
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