
Nel confronto internazionale tra università, gli atenei svizzeri hanno perso leggermente terreno: nell'annuale classifica della Società di analisi Quacquarelli Symonds (QS) tre strutture hanno guadagnato terreno, altre sei ne hanno perso. Stabile, invece, il Politecnico federale di Zurigo (Eth), che ha mantenuto il settimo posto nella graduatoria, risultando ancora la migliore università dell'Europa continentale. A perdere più posizioni è stata l'Università della Svizzera Italiana (USI), passata dal 328esimo posto al 405esimo. Ma perdere posizioni in queste classifiche penalizza le università? Lo abbiamo chiesto al prorettore per la ricerca dell'Usi, Patrick Gagliardini.
Quanto è influenzata da queste classifiche la scelta degli studenti?
“Direi che questo dipende molto dalle provenienze degli studenti. Quando facciamo un’analisi presso i nostri allievi e cerchiamo di capire quali sono le ragioni che spingono uno studente a scegliere l’Usi, molto spesso scopriamo che si tratta di passaggi di parola che intercorrono tra loro. Penso che per delle grosse fasce di alunni, soprattutto per chi arriva da origini più prossime - anche a livello europeo - contano di più le esperienze delle altre persone rispetto ai ranking".
Quindi sono classifiche da prendere con le pinze?
“Sì, un po’ come tutti gli indicatori. Questo non significa che non siano utili o che l’Università della Svizzera italiana non segua con attenzione queste classifiche. Ma questi risultati vanno presi con le pinze, bisogna fare una lettura globale di questi dati: quello appena pubblicato, ad esempio, misura a livello generale le attività degli atenei, ma ci sono anche classifiche più settoriali e specifiche. Mettendo insieme una serie di informazioni si può avere una lettura più appropriata dei risultati".
L’Usi ha perso un’ottantina di posizioni, significa che ha lavorato peggio?
“No, penso proprio di no. Questo non significa che l’Università sia meno brava. Quelli che sono i fondamentali dell’Università, quindi il numero degli studenti, la qualità della ricerca che facciamo e l’impatto che abbiamo sul territorio rimangono molto validi. Detto questo, naturalmente, gli atenei preferiscono essere più in alto nei ranking, ma come dicevo prima, bisogna prendere in considerazione il fatto che ci sono molte dinamiche interne ed esterne che spiegano queste fluttuazioni".
L’Università di Zurigo ha da poco deciso di uscire da uno di questi ranking. Una scelta comprensibile?
“Non compete a me discutere di queste scelte. La decisione, tuttavia, può essere compresa alla luce di quello che si diceva prima: non bisogna sovrainterpretare questi ranking. A volte può quindi essere considerato meno interessante dover seguire queste classifiche, soprattutto in istituzioni come l’Università di Zurigo, che ha una sua qualità ben nota sia nel panorama svizzero, sia in quello internazionale”.
Lo slittamento di molte università svizzere ha a che fare con l’esclusione dai programmi Horizon?
“L’esclusione che permane in questo momento è sicuramente un effetto negativo per la ricerca in Svizzera. È anche difficile capire per tutte le altre università cosa stia succedendo".

