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Ticino
Unia spiega il suo "no" al CCL vendita
Unia spiega il suo "no" al CCL vendita
Unia spiega il suo "no" al CCL vendita
Redazione
10 anni fa
Il sindacato ribadisce la sua opposizione: "È una parodia, così si istituzionalizza il dumping salariale"

Oggi, il sindacato Unia ribadisce che non firmerà il contratto collettivo di lavoro (CCL) per il settore della vendita concordato tra le organizzazioni padronali e i sindacati OCST, SIC e SIT nell'ambito del “tavolo di conciliazione” istituito all'indomani dell'accettazione popolare, il 28 febbraio scorso, della nuova Legge sugli orari di apertura dei negozi dal consigliere di Stato Christian Vitta.

Enrico Borelli, Segretario regionale Unia Ticino, aveva definitio "una parodia" le trattative indette dal DFE. La decisione, comunicata poco fa allo stesso capo del Dipartimento cantonale delle finanze, è stata presa ieri sera all'unanimità dall'assemblea dei delegati del settore terziario di Unia Ticino, che ha giudicato la proposta "non solo completamente inadeguata a risolvere i problemi del personale del settore, ma anche pericolosa per l'insieme delle lavoratrici e dei lavoratori, poiché con questo CCL si istituzionalizza il dumping salariale".

"I minimi salariali previsti (3’100 franchi mensili per il personale non qualificato) sono infatti di gran lunga inferiori a quelli prescritti da altri importanti CCL del ramo (Migros 3'750, Coop 3'900, shop delle stazioni di servizio 3'600) e del settore (parrucchieri 3'400, ristorazione-alberghiero 3'407) e si situano addirittura al di sotto del fabbisogno vitale minimo considerato dalla legislazione sull'AVS e sull'aiuto sociale", fanno sapere da Unia.

"Con un CCL di questo tipo si legalizza il dumping, si alimenta il processo di esclusione della popolazione residente dal mercato del lavoro e si sdogana l'idea che in Ticino uno stipendio di 3'100 franchi lordi al mese in fondo è adeguato, il che rappresenta una minaccia anche per i salariati di altri rami e settori professionali".

Il sindacato contesta inoltre la mancata considerazione di una miglior conciliazione tra professione e vita famigliare e privata, molto sentita dal personale della vendita, in quanto : la settimana lavorativa (42 ore in media all'anno) rimane più lunga che in altri rami 

"In linea generale il CCL non contiene alcun miglioramento e si limita a riprendere le norme minime della legislazione sul lavoro: 14 settimane di congedo maternità e 4 di ferie (con eccezioni solo per gli ultracinquantenni e per quelli con più di 20 anni di servizio)", sostiene Unia.

"Particolarmente scandaloso è poi il meccanismo di finanziamento della commissione di controllo, cui spetterebbe il compito di vigilare sull'applicazione corretta del CCL: alla cassa vengono chiamati praticamente solo i lavoratori con un contributo di 60 franchi annui a testa, mentre i datori di lavoro se la cavano con 50 franchi all'anno indipendentemente dal numero di dipendenti. Un dato che testimonia la totale assenza di volontà da parte padronale di costituire una vera comunità contrattuale e di dotarsi dei mezzi sufficienti per garantire il rispetto del contratto".

Le delegate e i delegati del sindacato Unia stigmatizzano infine "l'attitudine dell'autorità cantonale, che ha chiamato al tavolo negoziale sindacati non rappresentativi della realtà del commercio al dettaglio come SIT e SIC ed ha adottato una metodologia di lavoro che non ha consentito una consultazione della base durante le trattative ma solo a CCL ultimato".

Unia ha pertanto deciso di opporsi a "un CCL dai contenuti preconfezionati dalle forze padronali d'intesa con i sindacati a loro vicini, al solo scopo di consentire l’entrata in vigore della legge che estende gli orari di apertura". 

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