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Ticino
Un'altra polemica sul Festival
Redazione
11 anni fa
Piovono lamentele per la mancata ammissione di un cortometraggio sui cristiani in Iraq. Solari: "Non siamo una rassegna politica"

Non ci sono solo le stanze d'albergo offerte ai parlamentari ad agitare le acque attorno al Festival del film di Locarno.

In questi giorni il Giornale del Popolo ha lanciato un'altra polemica, sulla mancata ammissione del cortometraggio di una regista svizzera, Aida Schlaepfer.

"Noun", questo il titolo del cortometraggio, parla del dramma della minoranza cristiana in Iraq, vittima delle atrocità dell'ISIS.

Un cortometraggio che affronta quindi un tema di stretta attualità. Ma la sua candidatura per la sezione "Pardi di domani" è stata rifiutata dalla direzione artistica del Festival del film di Locarno tramite una breve comunicazione formale inviata alla regista.

Il GdP ha quindi dato spazio alle perplessità a Aida Schlaepfer, delusa per la mancata accettazione del suo cortometraggio.

"Ci sono alcune cose che personalmente mi chiedo" ha dichiarato la regista. "È vero che c’è un numero impressionante di film che si indirizzano al festival. Per questa ragione suppongo che il documentario forse non sia stato neppure visto, anche perché so che il Festival di Locarno ha un team che si occupa di selezionare i film che è molto competente. Da quanto ne so io, questo è l’unico film che è stato prodotto sui cristiani in Iraq."

"In Svizzera tedesca, la gente sa ben poco di quello che accade laggiù e nei media si sente parlare al massimo solo dei curdi" ha aggiunto la regista elvetica. "Mi dispiace ogni giorno di più che questa tematica dei cristiani perseguitati in Iraq abbia così poco peso. D’altro lato mi chiedo: se il film non risponde a qualche criterio del regolamento a me sconosciuto, perché comunque non includerlo nel Programma “Panorama Svizzero”? "

La stessa domanda se l'è fatta anche il GdP, che ha chiesto alla direzione e alla presidenza del festival di riammettere "Noun", ritenendo che la decisione di rifiuto sia "stata certo presa da qualche funzionario, a livello di routine."

L'appello del GdP non ha per ora sortito l'effetto sperato. Ma la polemica è intanto approdata in politica.

Il primo a cogliere la palla al balzo è stato il granconsigliere Franco Celio (PLR). "Se davvero il Festival vuol essere quella manifestazione di richiamo internazionale, quella palestra di libera discussione sulle più diverse realtà del nostro mondo che si vanta di essere (motivi in base ai quali beneficia, tra l’altro, di cospicui finanziamenti pubblici), il tema della persecuzione dei cristiani in Iraq o altrove non può essere evacuato - o, peggio, censurato - con pretesti banalmente burocratici" ha scritto Celio.

Poi, a ruota, sono seguiti altri commenti, sui social network.

"Ospitare i terroristi sì, parlare della tragedia in Iraq dove vengono massacrate delle persone no. A voi il giudizio" ha scritto ad esempio il deputato PPD Giorgio Fonio.

"Un festival che ha perso il coraggio di osare è un festival per chi?" ha invece commentato il deputato dei Verdi Franco Denti. "Noun meritava i pardi di domani." 

La direzione e la presidenza del Festival non intendono però rivedere la loro decisione, malgrado gli appelli.

"I film vengono scelti per la loro qualità, non per il messaggio che intendono far passare" afferma, da noi contattato, il presidente del Festival del film Marco Solari. "Quello trattato da "Noun" è senza dubbio un tema importante, di attualità, ma la nostra non è una rassegna politica, bensì cinematografica."

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