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Ticino
“Una relazione travolgente”
Redazione
14 anni fa
Nel pomeriggio sotto la lente del giudice Mauro Ermani è finita la relazione di Hans Peter Maier con la vittima

Una sciarpa grigia appoggiata al collo, il capo rasato di fresco. Una persona elegante, colta, sicuramente intelligente. Alle domande del giudice Mauro Ermani, Hans Peter Maier risponde sicuro, con dovizia di particolari e lunghe digressioni. Un atteggiamento processuale che l'imputato manterrà sull'arco di tutta la giornata. Spesso sorride compiaciuto. Il 52.enne tedesco sembra decisamente a suo agio e per nulla intimorito, come se non fosse lì – alla sbarra – per rispondere di un delitto atroce, l'assassinio di Matteo Diebold. Il corpo dell'amico venne trovato la mattina del 12 novembre 2010 nel suo appartamento di via Sorengo a Lugano, trafitto da 20 colpi di coltello, come riporta l'atto di accusa firmato dal procuratore pubblico Moreno Capella. In tutto 30 pagine, 25 delle quali descrivono una lunga serie di reati finanziari, in parte tentati in parte riusciti. Addebiti che si aggiungono al reato principale di assassino. Ma oggi, nella prima giornata di processo, si è parlato d'altro. A cominciare dall'ambigua relazione sentimentale che Maier intrattenne con la moglie, di 40 anni più vecchia, morta nel 2003 in circostanze strane, all'età di 83 anni. Una morte sospetta, come detto, provocata dall'assunzione di ingenti dosi di alcol e codeina. Accanto al corpo della donna, sposata nel 2001, venne trovato un biglietto nel quale l'anziana benestante spiegava il gesto estremo. Un suicidio che insospettì la magistratura. Nei confronti di Maier venne aperto un incarto, chiuso poi nel 2004 con un non luogo a procedere. Nel pomeriggio il giudice ha poi affrontato il capitolo Diebold. “È stata una relazione sentimentale e sessuale travolgente”, ha spiegato alla Corte delle assise criminali l'imputato. “Travolgente ma poco stabile”, ha fatto notare il giudice, ricordando come la vittima da tempo avesse una relazione esterna. “Io mi accontentavo delle briciole, perché non volevo perdere Matteo”, ha detto Maier. Una doppia relazione di cui l'imputato era a conoscenza e che male digeriva. “Mi trattava come un cane, perché Matteo si sentiva in colpa. Il nostro dramma è che abbiamo vissuto la nostra relazione nell'ombra”. Un racconto che il giudice ha contestato sulla base di alcuni riscontri oggettivi che descrivono Maier come una figura estremamente marginale nella vita sentimentale di Matteo. In questo quadro, il giudice Ermani ha quindi inserito la questione centrale dei 200 mila franchi che la vittima avrebbe affidato a Maier affinché li investisse. Soldi che a mente dell'accusa l'imputato non voleva o non poteva più restituire e che costituiscono, secondo il procuratore, il principale movente del delitto. Di qui, il carattere premeditato, e considerata l'efferatezza, il reato di assassinio. Dal canto suo Maier, difeso dall'avvocato Carlo Steiger, ha ripetutamente negato di aver ricevuto questi soldi. Quanto al delitto, la sua posizione è nota: per Maier si trattò di un delitto passionale. Quella sera perse la testa e aggredì il suo compagno che lo aveva rifiutato. Domani la parola passerà all'accusatore privato. La sentenza è attesa per lunedì prossimo. fp

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