
In realtà la notizia dell’arrivo di Luisa Lambertini come rettrice dell’Università della Svizzera italiana (USI) è arrivata alla fine del 2022, ma un incontro sarebbe stato troppo prematuro. Nella quinta puntata di “Non è sempre Natale” la direttrice descrive - in un viaggio a cartoline - il suo approdo a Lugano, raccontando di quello che ha preceduto il suo arrivo in Ticino.
È contenta a un anno di distanza di essere arrivata qui in Ticino?
"Contentissima. Ricordo che ho cominciato il 1° luglio 2023, quindi si tratta veramente di sei mesi di lavoro come rettrice dell’USI, che ho usato per venire a conoscere un po’ meglio la realtà, ma sono molto contenta".
Io direi di cominciare da una cartolina che arriva da una città non tanto distante da noi, che è Bologna, perché è la sua città natale. Che cosa ricorda e cosa porta con sé della sua infanzia e gioventù a Bologna?
"Innanzitutto l’accento che immagino possa rivelare la mia provenienza. Io vengo da una famiglia che è basata a Bologna. Ho una madre che veniva dagli Appennini tosco-emiliani con un nome un po’ particolare: il suo nome era Caramalli, quindi chiaramente di origini lontane dall’Italia, ma a livello di trisnonno. E mio padre invece era emiliano di Bologna. Ho dei ricordi chiaramente molto belli. Ho fatto tutti i miei studi fino alla laurea a Bologna. Ho giocato a pallamano e mi sono divertita moltissimo. Ho ancora amici e famiglia a Bologna e nei dintorni. Ho 24 cugini di primo grado".
Quindi va spesso a Bologna?
"Sì, vado tre, quattro volte all’anno minimo. Purtroppo i miei genitori sono morti e per cui a questo punto la responsabilità di tenere il contatto con Bologna e con il resto della famiglia è completamente nelle mie mani e ho deciso di investire temporalmente qualcosa per mantenere questo rapporto. Ho ancora amiche, nipoti, mio fratello vive lì, per cui c’è veramente la volontà di mantenere un legame con quella che è stata la mia città Natale, dove ho fatto tutte le cose che come bambina e ragazza, le sciocchezze, le cose fatte bene, quelle fatte male, sono partite da lì".
Se lo sarebbe immaginata di lasciare Bologna per andare verso altri lidi, come del resto ha fatto in seguito? Aveva un certo desiderio di andare via da Bologna? Oppure è capitato tutto in maniera piuttosto casuale?
"Direi che è stato tutto piuttosto casuale. Serendipity, come si dice in inglese. La mia storia è un po’ strana. Mi è sempre piaciuto studiare, ma ho fatto i miei studi di ragioneria, perché i miei genitori erano convinti che avrei dovuto avere un titolo di studio utilizzabile presto sul mondo del lavoro. Poi chiaramente ho finito di studiare che avevo 27, 28 anni. Per cui un po’ una vita che vissuta davanti a dei nodi che poi hanno portato di andare a destra e sinistra, che mi hanno portata fino a qui. Non c’era nulla di veramente premeditato, ma direi che lo spirito è sempre stato quello di trovarsi davanti a delle opportunità, e di non aver avuto paura di fare scelte che nel breve periodo non sembravano troppo facili. Prima sono andata in Inghilterra, poi negli Stati Uniti, non sapevo nemmeno dove stavo andando, ma quello forse di essere anche curiosi e vedere altre realtà e di continuare a fare quello che mi piaceva fare".
Che Bologna era in quegli anni? Perché le cronache ricordano quanto accaduto alla stazione di Bologna, erano anni pesanti?
"Molto pesanti. Mi ricordo che avevo cominciato a giocare a pallamano, e un giorno prendo l’autobus per andare in centro, qui cambiavo per un secondo autobus, esco e mi sono trovata in questa pioggia di porfidi, da una parte la polizia dall’altra gli studenti che stavano facendo una dimostrazione. E lì mi sono resa conto che non era il posto giusto da essere in questo momento. Scherzi a parte, sì io ero in centro a Bologna quando ci fu la famosa strage della stazione, sentii l’esplosione, non ero lontanissima. Sono stati anni pesanti, anni con la cognizione che le cose erano difficili. Sono molto contenta di vedere che in un certo modo si sia passata questa fase. Chiaramente ci sono delle sfide nuove. Quando vivevo in California e tornavo a Bologna la prima cosa che facevo era sempre prendere la mia vespa e andare in Piazza Maggiore per controllare che tutto fosse come lo avevo lasciato. E ho notato che c’era un periodo in cui il centro di Bologna era piuttosto disabitato. Ma negli ultimi 5-6 anni il centro della città è rinato ed è ritornato ad essere popolato con una grande vita universitaria, che è molto grande e piena di studenti. E mi fa piacere tornarci".
A Bologna c’è anche una componente gastronomica, che è quasi una religione. Questo aspetto è dentro di lei? Le tradizioni gastronomiche locali le ha portate con sé in giro un po’ per il mondo? O non è mai stata una grande appassionata di cucina?
"Il cibo bolognese è difficile che non piaccia. Chiaramente se si è vegetariani ci sono un po’ di sfide. La cosa interessante che io non ho mai cucinato fino a quando non sono partita da Bologna, perché avevo la nonna e la mamma che cucinavano bolognese veramente molto bene. Però quando ero all’estero ricordavo: “Ah, mia nonna faceva sette uova di sfoglia partendo dalla farina”. E mentre parlavamo mi insegnava e la vedevo che faceva questa sfoglia. Faceva i tortellini girandoli intorno al mignolino".
Sì, perché lì ci sono delle regole. Ognuno ha le sue incredibili tradizioni.
"Allora io non credo di essere all’altezza né della nonna né della mamma, però le lasagne per la famiglia le faccio ancora quando ho tempo".

