
Sono passate oltre 48 ore dalla notte che nessun americano (e non solo) dimenticherà facilmente. E si continua a parlarne, come è forse inevitabile che sia. Per strada, a Washington, si sente di tutto.
“Loro sono figli di immigrati, non capisco proprio come abbiano potuto sostenere Trump,” si dispera una signora di colore. “Hanno cercato di giustificarsi, ci hanno provato, ma non ci sono riusciti…”
Siamo dunque giunti a questo? Doversi vergognare del proprio voto, quindi di quel che si pensa e in fin dei conti di ciò che si è? Parrebbe di sì; si spiegherebbero i sondaggi completamente fallaci. Ma questa non è una novità assoluta. Come quando in Italia nessuno ammetteva di votare Berlusconi, eppure veniva immancabilmente eletto.
Davanti ad alcuni giornalisti e con la Casa Bianca sullo sfondo, decine di giovani, tra cui molti ispanici, scandiscono cori contro colui che identificano come il diavolo. E brandiscono cartelli con svariete scritte in inglese e spagnolo, non tutte ripetibili: Trump = racism; #notmypresident; Love trumps hate (l’amore batte l’odio); etc.
Non solo, si intravede pure un: Preferivamo Killary. E riecco l’idea che tre giorni fa ci fosse in palio la scelta del male minore, e non del miglior candidato possibile. L’errore magari è stato allora commesso alla base, alle origini. Da entrambi gli schieramenti (ma solo i repubblicani pensavano di saperlo).
Protestano, dicevamo. Va bene, ma contro chi? Contro il neoeletto, ma non solo: per forza di cose anche contro chi l’ha scelto. Qui perciò è la stessa democrazia a venire messa in discussione. Se un risultato non piace viene immediatamente contestato (ancora una volta non solo negli Stati Uniti: post-Brexit e dopo-9 febbraio dovrebbero ricordarci qualcosa). “C’è stato un equivoco, non è quello che volevamo!” sembrano urlare al mondo. Evidentemente no, non voi. Voi propendavate per altro. E forse con voi anche chi non è andato alle urne…
Tuttavia altri hanno deciso diversamente. Li vogliamo dimenticare o semplicemente crediamo che valgano di meno? Prendiamo in esame quest’ultima eventualità: potrebbe benissimo essere, ammettiamo che abbiano capacità inferiori di vario genere. A questo punto il sistema democratico così com’è non funziona: va cambiato. Ci vorrebbe un referendum…
Le grida, gli slogan, gli assembramenti, non hanno ovviamente alcuna possibilità di modificare quella che è la realtà. Nondimeno c’è chi è lì, in piazza, ora.
“Che senso ha?” chiedo a un anziano che mi sta a fianco.
“Nessuno,” mi sorride. “Ma il diritto a manifestare è nella mente e nel cuore di noi americani.”
“Però stanno solo perdendo tempo,” tento di provocarlo.
“No, per loro non è così…” dice salutandomi con un gesto militare.
Ha senza dubbio ragione lui. E comunque chi sono io per giudicare?
Decido di lasciare quel luogo che non capisco fino in fondo. Vorrei distrarmi ma è impossibile. Ad un semaforo rosso vengo ributtato nella mischia.
“Sai, mia nonna mi ha scritto un messaggio ieri pomeriggio,” spiega una ragazza bionda al telefono. “Mi ha scongiurato di tirarmi su, che non è successo niente di irreparabile. Di rilassarmi e che passerà anche questa…”
Insomma, è inutile opporsi: il dramma è nell’aria. O, piuttosto, la drammatizzazione. D’accordo: in pochi si aspettavano che potesse andare veramente a finire con una vittoria dell’odiato Trump. Lo capisco, agli sconfitti fa ancora più male; è come se una squadra avanti per 2 reti a 0 venisse prima raggiunta e poi superata con un rigore all’ultimo minuto. E adesso, dopo che la partita è finita, si contesta quella decisione: ma rigore è quando arbitro fischia, amava ripetere qualcuno. E in questo caso l’arbitro sono stati 59 milioni di elettori. Quasi 200 mila in meno di coloro che non avrebbero fischiato, è vero. Ma le regole ci sono, dicono altro, e sono state rispettate.
Perciò me lo richiedo: perché c’è chi non riesce ad accettarlo? Dopotutto probabilmente non erano mai stati davvero in vantaggio (non dove contava). I sondaggisti e i media: loro glielo hanno fatto credere. Lavorando male, molto male. Ma tant’è…
Viene da porsi un’ultima domanda: e se tanti non fossero scesi in campo (per votare) pensando di aver già vinto? A quel punto si potrebbe parlare sul serio di risultato falsato. Già, proprio così. Peccato solo che la controprova non l’avremo mai.
Patrick Acquadro
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