
Un giovane su dieci, in Svizzera, si rivolge a ChatGPT o a chatbot simili quando deve confrontarsi su problemi o preoccupazioni, come relazioni amorose o consigli di vita. È il dato emerso da uno studio realizzato da Pro Juventute, in collaborazione con il servizio di psichiatria e psicoterapia dell’infanzia e dell’adolescenza della Clinica universitaria di Zurigo. Un risultato che, secondo Ilario Lodi, responsabile di Pro Juventute Svizzera italiana, racconta molto più di un semplice cambiamento tecnologico: parla soprattutto di relazioni. «È un dato molto interessante, perché dimostra quanto la digitalizzazione sia diventata pervasiva nella vita quotidiana dei ragazzi. Ma allo stesso tempo conferma una tendenza che osserviamo da anni: una sorta di "dimissione" dal concetto di relazione, sia da parte degli adulti sia dei giovani».
Perdita di fiducia negli adulti
Il fenomeno può essere letto in modo duplice. Da un lato preoccupa l’idea che un giovane preferisca confidarsi con un sistema tecnologico piuttosto che con una persona. Dall’altro, l’intelligenza artificiale può rappresentare una porta d’accesso per chi fatica nei rapporti interpersonali. «Rende più intelligenti gli intelligenti e un po’ più sprovveduti gli sprovveduti», sintetizza Lodi. Ma per il responsabile di Pro Juventute il nodo centrale resta educativo. «Se i giovani cercano risposte nella tecnica è anche perché stanno perdendo gradualmente fiducia negli adulti come interlocutori capaci di affrontare domande esistenziali». Una situazione che chiama direttamente in causa il mondo adulto: «Abbiamo lasciato spazi sguarniti e la tecnica li ha occupati».
Tecnologia sempre più «umanizzata»
Il tema si intreccia con quello della dipendenza affettiva dall’intelligenza artificiale. Strumenti sempre più capaci di simulare empatia rendono difficile distinguere tra relazione autentica e relazione mediata. «Oggi la tecnica governa le relazioni con le persone più di quanto le persone governino la tecnica». Diventa quindi fondamentale promuovere un utilizzo consapevole. «Ma già definire la consapevolezza non è semplice, né sul piano filosofico né su quello pedagogico». Secondo Lodi, servono esperienze concrete e maggiori investimenti educativi. «Si parla molto di competenze, ma spesso questa parola rischia di coprire la nostra ignoranza su ciò che sta davvero accadendo».
Governare l’incertezza
Nonostante i rischi, Lodi vede soprattutto potenzialità. «Imparare a governare l’incertezza è una delle sfide educative del nostro tempo. Le opportunità delle nuove tecnologie saranno reali solo se sapremo rimettere al centro la questione pedagogica e la relazione». Infine, un messaggio pratico per famiglie e giovani che percepiscono un uso problematico dell’intelligenza artificiale: riconoscere la difficoltà è già metà della soluzione. «Esistono servizi di sostegno, come la linea 147 di Pro Juventute. L’importante è sapere che non si è soli», conclude il responsabile.

