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Tumore al seno, svelato il ruolo delle cellule immunitarie immature e una nuova vulnerabilità
Redazione
7 mesi fa
Un team dell’Istituto oncologico di ricerca ha scoperto che alcune cellule del sistema immunitario possono essere “corrotte” dai tumori aggressivi. Questo processo ha però un lato positivo: rende la neoplasia dipendente da una proteina che può essere colpita con farmaci già utilizzati in clinica.

Un team di ricercatori guidato dalla professoressa Arianna Calcinotto presso l’Istituto oncologico di ricerca di Bellinzona (IOR, affiliato all’Università della Svizzera italiana e membro di Bios+) ha identificato un nuovo meccanismo con cui particolari cellule del sistema immunitario, ancora immature, vengono reclutate e “corrotte” dai tumori della mammella ormonodipendenti ad alta proliferazione, tra i più aggressivi e difficili da trattare. Tali cellule immunitarie, una volta infiltrate nel microambiente tumorale, cessano di difendere l’organismo e iniziano invece a produrre un metabolita che spinge le cellule tumorali a trasformarsi in cloni progressivamente più aggressivi, accumulando mutazioni genetiche che favoriscono la crescita del tumore.

La spiegazione

“È come se il tumore riuscisse a reclutare un esercito di soldati inesperti e a trasformarli in alleati, capaci di fornirgli armi sempre più potenti”, spiega la professoressa Calcinotto. Questo processo, seppur dannoso, ha però un lato inaspettatamente positivo: "Rende il tumore dipendente da una proteina che possiamo colpire con farmaci già utilizzati in clinica”. Il gruppo di ricerca ha infatti dimostrato, in modelli preclinici, che un farmaco già approvato per altri tipi di tumore è in grado di uccidere selettivamente le cellule tumorali modificate da quelle immunitarie immature, bloccando la progressione della malattia". Questa scoperta "ci mette di fronte a una straordinaria opportunità: poter offrire rapidamente una nuova opzione terapeutica a un sottogruppo di pazienti con tumore della mammella particolarmente aggressivo, senza dover attendere lo sviluppo di nuove molecole", aggiunge la professoressa Calcinotto. "Il prossimo passo sarà avviare studi clinici per testare questa strategia direttamente nei pazienti".