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Ticino
Triage, “mai successo in 40 anni”
Lara Sargenti
5 anni fa
Roberto Malacrida, membro della Commissione nazionale di etica, commenta il primo caso di triage in Svizzera e spiega come avviene questa scelta difficile

La situazione sanitaria in Svizzera resta delicata e domenica è arrivata la notizia del primo caso di triage nel Canton Argovia. Una persona ammalata di cancro e coronavirus non ha potuto avere accesso alle cure intense. Con il suo consenso è stata ricoverata in un reparto “normale”. Lo spettro della scelta tra chi curare e chi no è dunque arrivato anche da noi. Ma come si prende questa decisione difficile? Lo abbiamo chiesto al dottore Roberto Malacrida, membro della Commissione nazionale di etica in materia di medicina umana.

Cos’è il triage
Malacrida si sofferma dapprima sulla definizione del concetto di triage. “È una scelta causata da una mancanza di mezzi rispetto ai bisogni. Le scelte a livello di medicina intensiva sono quotidiane e riguardano soprattutto la proporzionalità tra il beneficio che si può indurre all’ammalato e la maleficenza che si può creare. Quando si entra in un momento chiamato “accanimento terapeutico”, la scelta cade sulla beneficenza per non fare del male al paziente. Diciamo che da chiarire sono le direttive anticipate: ogni cittadino, per il principio della bioetica che è quello dell’autonomia, ha il diritto di dire quali scelte desidererebbe in modo libero e informato. Dal mio punto di vista il fatto di andare a chiedere o indurre un cittadino a dover scegliere rispetto all’entrata in cure intense non è una cosa buona. Un conto è se qualcuno ha deciso per motivi personali di non entrare in cure intense, un altro conto è che i medici inducano qualcuno a rinunciare alle cure intensive. Il problema resta organizzativo: i medici e le istituzioni devono organizzarsi in tempo per avere abbastanza posti, soprattutto abbastanza personale qualificato per curare bene i pazienti che arrivano. In Svizzera se per caso in un ospedale non c’è più posto, c’è la Rega che può trasferire questi pazienti in altre cure intense che non sono piene”.

In quarant’anni mai successo
Una situazione, quella del triage, che lo stesso Malacrida non ha mai dovuto affrontare nella sua carriera di medico. “In quarant’anni non è mai capitato di dover fare una richiesta simile, anche perché non ho lavorato durante una pandemia. Credo che perlomeno nel nostro Cantone nessuno ha mai dovuto fare una domanda così diretta, delicata e difficile. Cosa è buono e meno buono non si decide su due piedi, soprattutto in questi momenti che sono tragici, quando il paziente non sta bene ed è molto sofferente. Anche le decisioni che gli si chiedono non sono tranquille”.

La vicinanza dei famigliari nei momenti difficili
Il triage mette anche il medico di fronte a una situazione difficile, il quale partecipa alla sofferenza delle persone che si ammalano o vanno morendo, ma anche dei famigliari e delle persone a lui care, che devono gestire la situazione e, nel peggiore dei casi, il lutto e la perdita. “Penso non ci siano situazioni molto più tragiche di quando un parente vicino, per esempio un figlio, non può accompagnare negli ultimi momenti il loro caro”, sottolinea Malacrida. “Negli ultimi decenni si è approfondita l’importanza di stare vicino e dare una mano a chi stava per morire. Adesso, in questi ultimi due anni, si è dovuto far fronte al contrario di questi valori. Anche se all’ospedale di Locarno sono riusciti a garantire un accompagnamento anche in cure intense e nei momenti importanti, finali della vita”.

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