
«Avendo già fatto l'apprendistato qui, conoscevo le aziende presenti sul territorio, quindi sapevo benissimo dove inviare la mia candidatura una volta terminati gli studi. Dal punto di vista personale, invece, mi sono sempre trovato meglio in Ticino, dove sono nato e cresciuto, piuttosto che nella Svizzera tedesca o romanda. Per me era naturale tornare». «Fuori si possono fare esperienze, vedere nuovi orizzonti e cambiare prospettiva. È anche vero che, quando si è fuori, si capisce davvero il valore del proprio territorio. Sicuramente contano gli affetti, la cultura e la socialità che abbiamo qui, e questo è un valore aggiunto. Per me era importante tornare, ma solo se c'era un'opportunità professionale adatta, e quando si è presentata, l'ho colta». Sono le testimonianze di Alex Bernardi e Monica Besomi, giovani che hanno lasciato il Ticino per formarsi in altri cantoni o all'estero, ma che hanno poi deciso di tornare. La loro esperienza è stata raccontata oggi nell'ambito dell'evento «Talenti in Movimento», promosso dal Cantone e dalla Città di Lugano. Il tema dell'incontro è stato la circolazione dei talenti, con un focus sui fattori che rendono un territorio attrattivo per i giovani.
«Due terzi disposti a tornare»
«Il movimento dei giovani è un tema in diverse regioni d'Europa. Il Canton Ticino attrae i giovani a livello internazionale, lo confermano i dati, d'altronde siamo un Cantone universitario. Ora dobbiamo lavorare affinché questo saldo positivo valga anche per i ragazzi che sono cresciuti nel nostro territorio», ci ha detto il direttore del DFE, Christian Vitta, presente tra i relatori. In effetti, a livello intercantonale, il saldo ticinese nel 2024 (ovvero la differenza tra i giovani che se ne vanno e quelli che arrivano) è stato di -711 unità. Ragazzi che si spostano soprattutto per studiare e formarsi. In giornata è però emerso anche che molti di quelli che vanno via non chiudono la porta al Ticino: il 69% è disposto a rientrare. Devono però esserci le giuste condizioni, ha spiegato la responsabile del Centro competenze Ricerca sociale (Cress) della SUPSI, Barbara Antonioli Mantegazzini: «C'è la necessità, o comunque la volontà, di avere un lavoro più coerente con il proprio percorso professionale, e la possibilità di una maggiore flessibilità, con servizi che conciliano lavoro e vita privata. Il salario deve essere competitivo rispetto all'offerta presente sul territorio e coerente con il tessuto produttivo locale. Ci sono tuttavia diverse leve. È un fenomeno molto complesso, che richiede diverse politiche armonizzate per ottenere un risultato».
«Dobbiamo permettere ai giovani di rientrare»
Non solo però. Vitta ha ribadito che un «altro aspetto importante è seguire questi giovani e fare in modo che siano informati sulle opportunità di rientro nel nostro Cantone». Un esempio emerso oggi in questo senso è lo sviluppo della piattaforma OltreConfiniTi, che mette in contatto aziende e professionisti ticinesi fuori Cantone. Altri progetti sono in cantiere, e Vitta auspica di riuscire a riattrarre ancora più giovani, come nei casi di Alex e Monica. «Bisogna migliorare, proprio perché, come abbiamo visto anche oggi, ne va della dinamica sul territorio. Dobbiamo però essere consapevoli, e anche questo è emerso bene dalla giornata, che la mobilità è una caratteristica dei giovani d'oggi. Quindi il problema non è tanto che il ragazzo voglia fare un'esperienza, quanto permettergli, nel momento in cui vuole tornare nel nostro Cantone, di poterlo fare».

