
È un processo blindato quello che ha preso il via oggi per la rapina fallita alla gioielleria Taleda di Lugano, avvenuta a luglio di due anni fa. Si svolge infatti in carcere, dove oggi sono stati sentiti i sette imputati. I giornalisti e il pubblico possono seguire il dibattimento in streaming dall’aula di via Pretorio. Ma perché questa organizzazione? Per motivi di sicurezza, forse una prima a livello cantonale. D’altronde, alcuni dei sette imputati (per lo più cittadini serbi) sarebbero membri della banda internazionale dei Pink Panthers.
Le accuse
Ma facciamo un passo indietro: l’estate di due anni fa, quattro di loro sono entrati in una gioielleria di Lugano (Taleda, in pieno centro), muniti di due pistole, con l’obiettivo di rapinarla. Sul posto sono intervenuti due agenti in bicicletta della Comunale. I quattro autori materiali della rapina hanno fondamentalmente ammesso le loro responsabilità. Tuttavia, uno di loro (oltre a essere accusato di rapina aggravata come tutti gli altri) deve rispondere anche di tentato assassinio intenzionale. Perché? Perché l’uomo – un cittadino serbo di 50 anni – avrebbe puntato la pistola in direzione della testa di uno dei due agenti. Stando all’atto d'accusa, avrebbe provato invano a sparare due colpi, dato che la sicura era inserita. «So maneggiare le armi, se avessi voluto sparargli lo avrei fatto», si è difeso l’uomo, respingendo questa specifica accusa. Nell’atto emerge che avrebbe avuto il dito sul grilletto, come risulta sia dalle dichiarazioni dell’agente sia dalla videosorveglianza: «Non mi riconosco io dalla telecamera, figuriamoci il dito sul grilletto», ha ribattuto il 50enne, negando di aver detto «ti ammazzo» al poliziotto mentre – prima di prendere l’arma – continuava imperterrito a riempire lo zaino della merce del negozio.
I presunti correi
In seguito, fuori dalla gioielleria, un secondo imputato ha avuto uno scontro con lo stesso agente. Secondo l’atto di accusa, l’uomo (serbo, 37enne) ha finto di arrendersi e ha provato a scappare. In quel momento, il poliziotto gli ha dato «un colpo alla testa» e – ha detto l’imputato – «per un secondo o due ho perso conoscenza». Nega anche lui di averlo minacciato di morte perché « non sapevo neanche due parole in italiano». Nel pomeriggio si è poi ripreso con gli altri tre imputati, i presunti correi, anche loro accusati di rapina aggravata. Uno di loro, in particolare, ha rilasciato dichiarazioni che al giudice sono risultate contradditorie rispetto a quanto dichiarato in sede d’inchiesta. Il dibattimento riprenderà domani mattina.

