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Ticino
SwissCovid, i contrari: “Ci ruba la libertà”
© CdT/Gabriele Putzu
© CdT/Gabriele Putzu
Filippo Suessli
6 anni fa
Tra i promotori del referendum contro l’app di tracciamento c’è anche un imprenditore ticinese, ci spiega perché è critico

“Un’applicazione che controlla le persone può avere delle conseguenze, l’ingerenza nella vita privata può essere molto importante”, racconta Jürg Heim. Oggi a Berna si è tenuta la conferenza stampa di lancio della raccolta di firme per abrogare la modifica urgente della Legge sulle epidemie che ha dato il via libera al software di tracciamento dei contagi, Heim era al tavolo dei promotori.

Uno dei possibili rischi dell’app, ci spiega, è quello di finire in quarantena per un contatto con un falso positivo: “Il rischio è che io debba rimanere a casa senza lavorare, solo perché il risultato del tampone della persona a cui sono stato vicino era sbagliato”.

“E se domani qualcuno decidesse che vista la situazione di cosiddetta pandemia io non posso più uscire di casa per mesi?”, si chiede. “Se decidessero che l’app diventa obbligatoria? Che mi viene portata la spesa e io devo rimanere imprigionato in casa? Io una cosa così non la voglio per nessuno”.

Jürg Heim, infatti, è critico nei confronti di tutte le misure prese dal governo svizzero e non solo. “I numeri di quella che l’Oms ha dichiarato essere una pandemia non giustificano le misure prese, vi sono altre patologie che causano conseguenze ben più serie”.

Secondo Heim più che il coronavirus, infatti, andrebbero prevenuti i fattori di rischio: “Senza voler togliere nulla a chi soffre o ha sofferto, spesso le conseguenze gravi causate dal coronavirus sono dovute ad altre malattie, a uno stile di vita sbagliato, all'inquinamento. Bisogna prevenire l’ipertensione, il diabete, i problemi vascolari. Il fumo da solo causa 7,1 milioni di morti all'anno."

Il referendum contro SwissCovid, diventa quindi simbolicamente un referendum contro tutte le misure. Ad Heim chiediamo, ma non basta non installare l’app, piuttosto che raccogliere 50mila firme, l’installazione infatti non è obbligatoria: “Le persone non sono informate sulle conseguenze che questo può avere. Si viene controllati e vi è un problema di sicurezza dei dati, perché non vi é alcuna certezza che rimangano in Svizzera”, ci risponde. “Io vado a Berna per la mia famiglia e per la popolazione di questo mondo, che non merita di essere oppressa”, aggiunge.

A lanciare il referendum è un comitato di romandi, il cui portavoce è l’economista François von Siebenthal. Due gli esponenti ticinesi, oltre a Jürg Heim, vi è Samah Gayed, specializzata in comunicazione interculturale.

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