
Le prime pagine dei quotidiani ticinesi sono tutti dedicati all'esito delle votazioni del 4 marzo, in particolare sull'iniziativa No Billag. Con il 71,6% di "no" (65,5% in Ticino), il verdetto scaturito dalle urne è stato chiaro, ma ora si guarda già al futuro.
"Ssr salva, ora le riforme" titola l'editoriale di Matteo Caratti su La Regione, il quale imputa la bocciatura dell'iniziativa alla "radicalità della proposta" che avrebbe portato alla fine della SSR. Un modello che è anche alla base "del nostro essere svizzeri perché rispetta e sostiene la vitalità di un paese a democrazia diretta". "Il fascino perverso della tabula rasa e delle rivoluzioni anti-buon senso non c'è stato" sottolinea Caratti. Ma l'attaccamento dimostrato dagli svizzeri "non significa che l'ente non sia da riformare". Lo stesso direttore generale Gilles Marchand ha già annunciato "un piano milionario di risparmi che potrebbe pure portare a licenziamenti e già indicato alcune piste prioritarie d'intervento". Il dibattito, anche interno, sul ruolo del servizio pubblico SSR non è dunque archiviato: "Col no incassato ieri e la linea indicata da Marchand, la Ssr non potrà certo dormire sugli allori del 4 marzo. Sentirsi apprezati fa comunque bene".
Il direttore del Corriere del Ticino Fabio Pontiggia parla di un autentico referendum popolare pro o contro la SSR, che si è trasformato in un "clamoroso autogol" per i promotori dell'iniziativa: "Dopo un pronunciamento come questo da parte del cittadino chiamato a pagare il canone più caro d'Europa, l'auspicato bagno di umiltà della SSR rischia di essere fatto nello champagne".
Pontiggia fa poi tre considerazioni: la prima è che la SSR fa parte di quelle sacre istituzioni che non viene scalfita da nessuna magagna: "La si può strattonare o sbeffeggiare quando fa ciò che non andrebbe fatto, ma guai a metterne in pericolo l'esitenza". Prova ne è anche l'alta partecipazione alle urne: per ritrovare in Ticino un tasso di partecipazione così elevato (64,8%) "bisogna risalire addirittura alla votazione popolare sullo Spazio economico europeo del 6 dicembre 1992: un quarto di secolo fa" evidenzia Pontiggia. Tra le altre considerazioni il fallimento dei sondaggi, (che davano per il Ticino un risultato di parità) e i principi liberali a cui si sono ispirati i fautori della No Billag ("se è vero che obbligare tutti a pagare il canone limita la libertà di scelta, non è meno vero che tagliare l'erba sotto i piedi della readiotelevisione svizzera limiterebbe la libertà di scelta di chi sostiene e chi vuole la RSI").
L'editoriale del Giornale del Popolo, firmato dalla direttrice Alessandra Zumthor, parla invece di una "nuova alba" per la SSR. "Tutto l'accessisimo dibattito pre-Billag può ripartire da queste basi, dalla consapevolezza che la SSR è una realtà fondamentalmente voluta dai cittadini di questo paese e non un fardello inutile, residuo di colossi statalisti ormai passati di moda". Ma ciò non significa un assegno in bianco per la SSR: come annunciato ieri dalla stessa SSR, ora ci si attende un "maxipiano di riforme e misure di risparmio che dovranno essere messe in pratica nei prossimi mesi e anni".
Le analisi della stampa d'Oltregottardo
"Neue Zürcher Zeitung" - Sono finiti i tempi del negoziante generalista che vende un po' di tutto e si finanzia con il canone: la SSR deve concentrarsi sulla fornitura di "informazioni politicamente e culturalmente rilevanti" e sulla mediazione culturale. E la politica deve stabilire le condizioni quadro: "invece di accapigliarsi sull'ammontare del canone bisogna dapprima ripensare il mandato di prestazioni".
"Tages-Anzeiger" - Il risultato del voto non dà una risposta univoca. Da anni la SSR persegue un'"aggressiva politica d'espansione" a spese dei media privati ed è diventata "un gigante con 17 programmi radio, 7 canali tv, un'ampia offerta online e una controversa alleanza pubblicitaria". "Ora ci si vuol vuol fare più modesti. Finalmente!" La politica ha trascurato di fissare barriere, ora è maturata presso la stessa SSR l'intenzione di contenersi.
"Blick" - Una indubbia maggioranza ha constatato che la SSR è irrinunciabile per la formazione dell'opinione, per il plurilinguismo, per la coesione del paese. Risparmiare, dimagrire, togliere il superfluo non basta. Anche una ulteriore riduzione del canone sarebbe "pardon, troppo a buon mercato". Una forte democrazia ha bisogno di media forti e finanziariamente solidi, finanziati con soldi privati e pubblici.
"Basler Zeitung" - Nonostante questo no rimangono le questioni fondamentali, che cos'è esattamente un servizio pubblico, come va finanziato e da chi. La SSR deve diventare "una agenzia stampa per contenuti audiovisivi", che possano essere utilizzati gratis da tutti gli altri, ossia dai privati.
"Nordwestschweiz" - È ora di riconcentrare la SSR sulla sua funzione essenziale e di deideologizzare il dibattito. Bisogna rovesciare il processo: "Per cominciare deve affluire molto meno denaro. Una più stretta e precisa definizione del servizio pubblico si configura poi quasi da sola".
"Luzerner Zeitung" / "St. Galler Tagblatt" - Gli svizzeri non amano le rivoluzioni. Ma per la SSR sono necessari dei limiti in modo da non mettere in pericolo la pluralità dei media. Tocca alla Confederazione fissarli in modo chiaro: "il Consiglio federale e il parlamento in maggioranza amico della SSR" devono fare in modo che gli editori privati abbiano sufficiente "aria da respirare".
"Le Temps" - Se meno di un terzo degli svizzeri ha votato per "No Billag" è perché la popolazione ha voluto preservare una grande istituzione nazionale, che va oltre la semplice informazione ma è anche il "vettore di una certa cultura svizzera". I dirigenti della SSR hanno promesso una svolta storica. Bisogna ora che "queste visioni audaci prendano forma".
"La Liberté" - Questa vittoria, "non è quella della SSR, è quella del grande pubblico, che ha capito che una televisione puramente commerciale non porta alcuna garanzia in termini di qualità e neppure in termini di costi". L'attuale contesto mediatico, caratterizzato dalla crisi della carta stampata cui ha fatto eco il "brutale stringimento di bulloni subìto dall'ATS", "non era propizio a un'avventura audiovisiva". "La discussione non fa che cominciare. Grazie alla chiarezza del voto, parte su una base sana".
"Tribune de Genève" - "Se il popolo ha rinunciato a uccidere la SSR, non è per conservarla tale e quale": l'azienda deve riformarsi in profondità, "adattarsi ai nuovi modi di consumo dell'informazione - la televisione lineare è morta -, ricentrarsi sulla sua offerta originale al costo più basso possibile".
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