
Negli scorsi giorni, come già accaduto lo scorso luglio, il clima politico tra Berna e Ankara è tornato a farsi teso. Tra accuse di pressioni esercitate direttamente presso il DFAE fino ad arrivare alla presenza di spie turche all’Università di Zurigo (senza contare l’intervento del Blick contro il referendum del 16 aprile voluto da Recep Tayyip Erdogan) il mondo politico svizzero si trova confrontato con una situazione decisamente spinosa.
Da un lato una delegazione del gruppo parlamentare non ufficiale “Svizzera-Turchia” ha incontrato l’ambasciatore di Ankara a Berna per ribadire l'intenzione della Confederazione di proseguire sulla via diplomatica (mentre è notizia di oggi l'incontro tra il ministro degli esteri turco Mevlüt Cavusoglu e il capo del Dipartimento federale degli affari esteri Didier Burkhalter a Berna), dall’altro parte della politica nazionale si è attivata per priotestare contro le ingerenze turche. Il consigliere agli Stati urano Josef Dittli (PLR) ha recentemente presentato al Ministero pubblico della Confederazione una denuncia penale contro ignoti per spionaggio politico in seguito ai fatti legati all'ateneo di Zurigo.
Quello dello spionaggio non è un tema nuovo: ricordiamo ad esempio il caso di Ozan Topal, l’albergatore basilese che a fine luglio era stato denunciato per aver twittato una frase al veleno contro il figlio del Primo ministro turco Binali Yildirim. L’attenzione di Ankara sembra quindi essersi rivolta in particolar modo sui social, allo scopo di individuare eventuali ‘oppositori’. La vicenda, fino ad ora, aveva avuto risvolti in particolare Oltralpe ma la preoccupazione è diffusa anche alle nostre latitudini.
“Molti di noi, turchi in possesso della nazionalità svizzera, sono preoccupati", ci dice il nostro interlocutore, domiciliato nel Luganese, che preferisce restare anonimo in quanto schierato politicamente anche in Turchia. “Una donna che conosco è stata trattenuta per 17 ore una volta arrivata all'aeroporto di Ankara mentre un cittadino turco che viveva in Italia è stato arrestato quanto è tornato in patria. Queste persone – ci dice – erano attive su Facebook e hanno postato contenuti critici nei confronti di Erdogan e del referendum”.
Oltralpe si fa riferimento a spie turche presenti sul territorio nazionale, uno scenario valido anche per il Ticino? “Sì, temiamo che siano attive anche qui e sono soprattutto i social ad essere controllati”. E anche dalla Turchia stessa non pare filtrare molta apertura anche nei confronti della Svizzera. “Sulla stampa locale si invitano i cittadini in possesso della doppia nazionalità a non tornare”.
E dalle colonne del quotidiano Hürryiet si legge della richiesta ufficiale fatta a Berna dal Governo turco, che ha preteso la consegna di tre "oppositori politici" che hanno postato sui propri profili social frasi contro Erdogan. "La Svizzera - si legge - ci ha risposto che da loro è legale scrivere quello che si vuole su Facebook e non ce li consegneranno. Sappiamo che in Svizzera vivono 68'000 cittadini turchi". Una frase, questa, che ha preoccupato diverse persone.
“Ho paura a tornare in Turchia", aveva confessato l'albergatore basilese alla Weltwoche. Un timore condiviso anche dal nostro interlocutore. "Molti di noi hanno paura, se torniamo rischiamo di essere arrestati".
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