
"Poco coraggiosa", "una pianificazione di transizione", "un’indicazione procedurale tutta (ancora) da mettere in pratica". È stato detto in lungo e in largo: la votazione di ieri sugli indirizzi strategici per il settore sanitario cantonale (comunemente nota con il termine “pianificazione ospedaliera”) non surriscalda particolarmente gli animi. Due i punti centrali del documento; in primis, traendo spunto dal cosiddetto “modello Zurigo”, è stato inserito il concetto del numero minimo di casi per l’attribuzione dei mandati. In questo modo si mette nero su bianco un assetto nuovo che, per quanto non troppo stringente, prevede che per determinate prestazioni (ad esempio urologia e maternità) si possa dare il mandato solo a chi raggiunge un certo numero di casi all’anno, evitando di finanziare strutture che non raggiungono certi risultati e concentrare, laddove possibile, le specializzazioni. La Commissione nel suo rapporto si è limitata a presentare quote minime come ipotesi di lavoro, lasciando al Governo il compito di fissare l’asticella dove meglio crede.
In secondo luogo, le regole per ottenere un mandato saranno uguali per tutti. Finora, infatti, alcuni istituti facevano riferimento alla pianificazione del 2005 altri a quella del 2015. L’obiettivo, chiaramente, è quello di risparmiare sui costi sanitari, conducendo addirittura a una diminuzione dei premi di cassa malati. Un’utopia, secondo il direttore del gruppo Moncucco Christian Camponovo. “È vero che c’è un’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse e dei costi, ma parliamo di piccole percentuali", afferma Camponovo. "Se consideriamo quanto l’ospedaliero incide su quello che è il costo dell’assicurazione malattia, si tratta di un piccolissimo passo nella giusta direzione”.
La direzione in cui agire
In effetti, in Ticino l'aumento annuale della spesa cantonale per le ospedalizzazioni dal 2012 al 2021 è stato circa dell'1,8%, a fronte dell'aumento di quella ambulatoriale e dei medicamenti del 3,8%. Cifre sotto controllo, conferma Camponovo, secondo cui per ottenere un vero taglio dei costi, bisognerebbe agire in un'altra direzione. “Abbiamo due possibilità: ridurre i volumi delle prestazioni erogate, che equivale a non curare determinate cose o a curarle senza che siano più coperte dall’assicurazione malattia, oppure ridurre questi prezzi". Secondo Camponovo, occorre tuttavia considerare che "già oggi i prezzi sono fissati per singola struttura e c’è una tendenza a dover finanziare delle prestazioni che non sono interamente finanziate con i prezzi fissati. Non so quindi se una riduzione del costo delle prestazioni possa essere una via da seguire”.
Un impatto in termini di costi
Insomma, di bacchette magiche non ce ne sono. Una cosa però pare certa: l’implementazione di un “modello Zurigo” non sarà a impatto zero. “Il modello ha sicuramente degli aspetti positivi, perché fa chiarezza, ma sarà esigente per tutte le strutture sanitarie ticinesi e genererà dei costi supplementari". Rispettare delle condizioni molto esigenti, infatti, "implica l'aver bisogno di più personale formato e di apparecchiature di cui magari oggi non si dispone. Questo tenderà a far aumentare i costi delle strutture”, termina Camponovo.

