
Da oggi fino a venerdì 20 gennaio Davos ospiterà la 53esima edizione del World Economic Forum (WEF), che torna completamente in presenza dopo due anni particolari dovuti alla pandemia. Nella località grigionese sono attesi 52 fra capi di Stato e di governo, tra cui il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il presidente polacco Andrzej Duda, il presidente serbo Aleksandar Vucic, il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez e quello olandese Mark Ruttle. Nell'elenco dei big figurano pure il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres, quello della Nato Jens Stoltenberg, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e la numero della Banca centrale europea Cristine Lagarde. Il tema scelto quest’anno per l’evento è “La collaborazione in un mondo frammentato". Per capire la portata dell’evento e cosa dobbiamo attenderci, abbiamo interpellato l’editoralista del Corriere del Ticino Lino Terlizzi, assiduo frequentatore del Forum.
Lino Terlizzi, cosa dobbiamo aspettarci da questa edizione?
“Ci sono una serie di temi principali che non potranno non essere al centro della scena. Innanzitutto, il discorso sulla crescita economica mondiale: ci sarà un rallentamento economico internazionale oppure una recessione? Per ora la prevalenza dei pareri degli esperti è che non ci sarà una recessione annua, ma un ulteriore rallentamento economico dovuto a cause non indifferenti, come la coda della pandemia e la guerra in Ucraina. Un altro tema che sarà al centro della scena è la politica delle banche centrali, che hanno alzato i tassi di interesse di riferimento per lottare contro l’inflazione. Negli ultimi mesi abbiamo visto un aumento dei prezzi meno marcato e questo calo viene individuato come fatto positivo. Le principali banche centrali hanno come obiettivo un’inflazione non superiore al 2% annuo, ora siamo ancora sopra questa soglia. Come proseguirà la politica delle banche centrali? Poi ci sono dei macro aggregati di temi che passano attraverso tutte le ultime edizione del Wef, come la sostenibilità, l’ambiente, l’intreccio tra la tutela dell’ambiente e la green economy. Poi c’è la guerra in Ucraina: si cercherà di avere una serie di valutazioni e incontri tra leader della politica per cercare di capire come porre fine a questa tragedia.
Dopo due edizioni insolite (quella del 2021 annullata e quella del 2022 tenutasi in primavera) quest'anno l'evento torna in grande stile. Sono attesi 52 fra capi di Stato e di governo. Una presenza che conferma l'importanza del forum nel panorama mondiale?
Quest’anno c’è il sapore di un ritorno che va oltre la solita attesa, un’attesa dovuta agli anni recenti in cui la pandemia ha inciso e il programma del WEF è stato ridefinito. Tra i principali leader europei ci saranno il cancelliere tedesco Olaf Sholz, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. La situazione è più differenziata per quanto riguarda gli altri continenti. La Cina, per esempio, avrà una presenza ridotta rispetto ad altre edizioni: ci sarà una delegazione economica, ma non una presenza politica forte come in passato. Questo è riconducibile alle tensioni geopolitiche con gli USA e l’Occidente. Non ci saranno inoltre esponenti russi. Anche gli USA non avranno una presenza particolarmente forte: non c’è il presidente, ma alcuni esponenti politici di rilievo. Saranno tuttavia presenti leader di altri paesi emergenti importanti.
Non è un’occasione persa quella di non partecipare a un Forum come quello di Davos per USA, Cina e Russia? Come è da leggere la loro assenza?
Nei confronti della Russia c’è una sorta di veto, non sono stati invitati, quindi la questione non si pone. Per la Cina la questione è diversa: in passato i leader spesso avevano trovato una platea interessata. Da un lato ci sono critiche per l’assenza di diritti umani e civili in Cina. Ma la rilevanza economica della Cina è sempre stata osservata con interesse, a Davos in particolare. Sul lato economico si è molto aperta al commercio mondiale e al libero scambio, a un certo tipo di globalizzazione economico. Per Pechino l’assenza di Davos potrebbe essere un’occasione mancata. Anche per gli USA, il principale motore economico mondiale, potrebbe esserlo. Per ragioni diverse questa assenza potrebbe essere un’occasione mancata.
La Svizzera sarà invece molto presente: ben 6 consiglieri federali hanno in programma numerosi incontri a Davos. Una piattaforma importante per tessere relazioni internazionali. Nel complesso il WEF cosa dà alla Svizzera?
Il Forum dà molto alla Svizzera e la Svizzera dà molto al Forum. Non si può ignorare il fatto che i riflettori di buona parte del mondo sono accesi in direzione di Davos: la Svizzera ne ricava una visibilità in termini prevalentemente positivi. Inoltre, il Forum dà alla Svizzera la possibilità di avere contatti ravvicinanti con altri leader per i quali ci vorrebbero mesi se non ci fosse un Forum di questa importanza. Al di là delle critiche che possono essere rivolte all’evento, il WEF continua a svolgersi con una buona organizzazione. E questo è l’apporto della Svizzera al Forum. Oltre alla buona organizzazione, fornisce una collocazione sicura e una risonanza internazionale che altri paesi non sarebbero in grado di dare.
Per una settimana i riflettori sono puntati su Davos e questa visibilità viene sfruttata dagli attivisti per il clima, che hanno già iniziato con le manifestazioni. Come vengono recepite queste manifestazioni all’interno del Forum? C’è comprensione per questo tipo di rivendicazioni oppure no?
C’è una vasta consapevolezza del fatto che le manifestazioni, se non debordano in disordini, sono perfettamente legittime. In passato, seppur raramente, è accaduto che ci fossero degli scontri nelle vie di Davos e questo è stato recepito in maniera negativa all’interno del Forum. Negli anni le manifestazioni sono diventato ormai una consuetudine e non provocano particolari contraccolpi. Gli organizzatori hanno fatto anche uno sforzo per allargare il confronto con coloro che sono critici, o perlomeno con la parte più ragionevole dei critici, più disponibili al dialogo. Proprio accanto al Forum ci sono una serie di incontri con chi è più critico: c’è un confronto su temi come l’ambiente, la globalizzazione, l’impatto ambientale ed economico. Un confronto che nel corso degli anni si è allargato tra chi sostiene la linea del Forum e chi sostiene che invece ciò non è sufficiente, ritenendo che bisogna avere posizioni più nette e secche. Questo ha anche tolto un po’ di drammatizzazione”.
WEF e trasporti. Greenpeace ha criticato il fatto che molti partecipanti arrivano in jet privati che consumano moltissimo, anche per percorrere brevi distanze...non è un po' un controsenso per il messaggio che si vuole lanciare con il Forum?
È sempre bene tenere presente i vari aspetti della questione ambientale. Bisogna però essere anche pragmatici e concreti. Ci sono una serie di trasporti di persone che hanno leadership politica ed economica che non possono essere fatte se non in questo modo, non solo per ragioni personali, ma per sicurezza. Se sono trasporti fatti solo per ostentazione di lusso, allora vanno evitati. Se sono trasporti che si possono fare solo in questo modo per la situazione data, per questione di sicurezza, questo è differente e va valutato.
Da 20 anni lei segue e partecipa al WEF. Come si è evoluto nel tempo l’evento?
Gli organizzatori non hanno solo condannato le critiche che sono state fatte contro il Forum. Hanno cercato di allargare il confronto, anche se non condividono le posizioni radicali. Questo è percepibile sia negli eventi all’interno al Forum, sia all’esterno. C’è poi l’ampiezza dell’evento: il numero di paesi partecipanti si è ampliato molto. Lo si vede sia tra i partecipanti, che tra i media. Il panorama dei media è cambiato: ci sono corrispondenti anche da paesi emergenti, che si ritrovano a Davos per riportare un evento il cui interesse in Europa era già preesistente.

