
Negli scorsi giorni sono ripartite le riprese per l’atteso nuovo film su Batman, dopo che a inizio settembre erano state sospese per la positività (mai confermata ufficialmente) del protagonista Robert Pattinson. Una spada di Damocle, l’eventuale quarantena in caso di coronavirus sui set cinematografici, che pende sopra il settore. Radio 3i ha sentito la produttrice ticinese Michela Pini per capire come il settore affronta la questione: “È quello che temiamo di più. Non c’è assicurazione che paga in caso di coronavirus e questo non vale solo per il settore del cinema. Tutti temono che un attore possa ammalarsi: interrompere un set cinematografico significa avere una cinquantina di persone ferma, di solito non a casa propria ma dislocata. Per esempio per il film che abbiamo appena girato (che fortunatamente si è concluso senza problemi), eravamo circa 50 persone alloggiate per due mesi in Valle di Blenio. Se fosse successo qualcosa, avremmo dovuto interrompere tutto e questo avrebbe avuto un impatto enorme, non sostenibile per produttori svizzeri”.
Quali misure applicare quindi in un settore in cui il contatto e la vicinanza sono fondamentali? “Proprio per evitare un’interruzione delle riprese si cerca di fare di tutto per proteggersi: tampone, mascherine, disinfettanti, distanze, locali più grandi, e purtroppo anche più automobili e più autisti. Solo per poter girare, cercando di proteggersi, bisogna spendere di più. E questo fino adesso è stato sostenuto dai Cantoni e dalla Confederazione. Probabilmente in Svizzera siamo in una situazione privilegiata rispetto ad altri paesi. Non è per forza sempre semplice girare un film e rispettare le norme anti-coronavirus. Per questo motivo sull’ultimo set abbiamo avuto una figura, che abbiamo chiamato “Covid-Manager”, che ci aiutava a rispettare queste regole. A volte, quando si è concentrati a girare una scena, magari non ci si ricorda più di tenere le distanze o mettere la mascherina...”.
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