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Ticino
Scudo: il Ticino alla ricerca di una nuova politica 'estera'
Redazione
17 anni fa
Lo scopo: difendere meglio gli interessi a Berna e a Roma

Nel mirino dello scudo fiscale italiano è finita soprattutto la piazza finanziaria svizzera e ticinese, meta storica dei capitali della Penisola. Le banche, ora, inseguono nuove prospettive, mentre il cantone è alla ricerca di una nuova politica «estera» per difendere meglio i suoi interessi a Berna e Roma. Secondo l'ambasciatore svizzero a Roma, Bernardino Regazzoni, le radici dello scudo fiscale sono da ricercare nella crisi finanziaria internazionale, non nelle relazioni bilaterali. E anche l'economista Bruno Gurtner, presidente di un gruppo internazionale a sostegno dell'equità fiscale (Tax Justice Network), sostiene che l'amnistia è una conseguenza dei programmi congiunturali e del fabbisogno di soldi da parte dello Stato. Nella stessa direzione vanno pure i commenti di banchieri, politici ed esperti ticinesi: «una risposta politica non poteva condurre a effetti sostanziali poiché l'Italia è uno stato sovrano che tutt'al più deve giustificarsi di fronte all'Unione europea», osserva Marco Bernasconi, responsabile operativo del Centro di competenze tributarie della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI). Una posizione che è anche quella della Svizzera ufficiale: l'amnistia fiscale è «una scelta sovrana che non vogliamo contestare», dichiara l'ambasciatore Regazzoni. Diversi politici ticinesi non hanno però voluto arrendersi alla realtà, specie dopo alcune intimidazioni o presunte tali da parte delle autorità italiane. Hanno quindi ventilato misure di ritorsione, a cominciare da un aumento dell'imposizione dei frontalieri. Il Consiglio di Stato ha rallentato le modalità di applicazione del programma di cooperazione territoriale INTERREG e ha differito a due riprese gli incontri previsti nel quadro della «Regio Insubrica». Ma visto che le sue competenze cantonali sono limitate, il cantone ha pure chiesto aiuto alla Confederazione. Da Berna è quindi giunta la decisione di creare gruppi di lavoro ad hoc e di sospendere le trattative riguardanti l'accordo sulla doppia imposizione. Una reazione che, stando al cancelliere del canton Ticino Giampiero Gianella, avrebbe potuto essere più tempestiva, «considerando le preoccupazioni della piazza finanziaria ticinese e della popolazione». «In altre occasioni, ad esempio il contenzioso con la Germania, Berna ha preso posizione immediatamente», aggiunge il Cancelliere. I banchieri ticinesi hanno dovuto aspettare oltre un mese per essere presi sul serio: «abbiamo bussato alle porte di Berna da inizio settembre fino a metà ottobre, preoccupati dai toni e dai modi italiani. Ma è passato molto tempo prima di una reazione ufficiale», osserva Franco Citterio, direttore dell'Associazione bancaria ticinese (ABT). A suo parere ciò dipende anche dallo scarso interesse dell'opinione pubblica: «a causa della crisi finanziaria, il mondo bancario gode ormai di poca considerazione. E il Ticino è visto come una legione straniera abbandonata al suo destino». Diversa l'interpretazione di Ignazio Cassis (PLR), nel 2009 presidente della Deputazione ticinese alle Camere federali: a suo avviso, il ministro delle finanze e suo collega di partito Hans- Rudolf Merz ha affrontato il problema molto presto. Per il consigliere nazionale, è invece il governo cantonale a essere rimasto troppo passivo: «è da anni che chiediamo una strategia per la politica estera del Ticino, ma è successo poco o nulla». Un lobbista del canton Ticino a Berna? «Prima arriva e meglio è», dichiara a titolo personale Gianella, che aggiunge: «la politica estera del canton Ticino è in fase di elaborazione, ma occorre innanzitutto trovare un consenso politico minimo su quanto si vuole ottenere a Berna». In un secondo tempo «è necessario aumentare le risorse organizzative a Bellinzona ed eventualmente nella città federale, come ha fatto Ginevra». Il cancelliere pensa in particolare a una persona che possa fungere da «consulente, interlocutore, supporto a

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