
Giornata di proteste nella Capitale. Circa 300 lavoratori delle carpenterie metalliche ticinesi (simpatizzanti compresi), si sono riuniti questo pomeriggio a Bellinzona, sostenuti dai sindacati Unia e OCST. Scopo della manifestazione, la denuncia dell’aumento dei casi di dumping salariale nei cantieri edili ticinesi.Da tre anni gli accordi tra Berna e l’Unione Europea, che prevedono la libera circolazione delle persone, consentono alle imprese straniere di aggiudicarsi appalti in territorio elvetico. E, complice la crisi, ne stanno approfittando soprattutto gli artigiani e i piccoli imprenditori lombardi: solo a livello cantonale, si registrano 11mila appalti affidati a ditte italiane (per non parlare dei 54mila frontalieri che ogni giorno vengono a lavorare in Ticino). Ne risente in particolare il settore edile, che vede un consistente numero di aziende italiane occuparsi delle fornitura e della posa del ferro. Colpa di molti imprenditori locali che, senza farsi troppi scrupoli, subappaltano il lavoro alle imprese del Nord Italia. Le prestazioni lavorative degli operai d’oltrefrontiera vengono retribuite nettamente meno di quelle dei ferraioli ticinesi: circa il 30-40% in meno, pari ad uno stipendio di circa 8-11 euro all’ora. “Il nostro – spiega Sergio Aureli, dirigente di Unia – è uno sciopero contro chi non rispetta le regole. Gli italiani possono lavorare, ma devono rispettare i patti, cominciando dai minimi salariali in vigore da noi: chi lavora in Ticino deve essere pagato secondo i contratti svizzeri”.Quello che i sindacati hanno chiesto nell’assemblea di questa mattina, sono maggiori controlli, una maggiore responsabilità da parte degli imprenditori e più attenzione agli aspetti qualitativi del lavoro (che secondo i sindacati significa privilegiare il prezzo migliore, non quello minore). Si vuole così evitare un ulteriore ribasso degli stipendi e un peggioramento delle condizioni di lavoro nei cantieri.
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