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Scintille a La Domenica del Corriere sull'iniziativa SSR
Red. Online
6 ore fa
Il tema della possibile riduzione del canone radiotelevisivo ha acceso il dibattito. Bertini: «A rischio il nostro sistema-Paese». Chiesa: «La ripartizione favorevole alle minoranze rimarrebbe invariata». Ferrara: «Con il ‘sì’, il servizio radiotelevisivo come lo consociamo oggi non esisterà più». Quadri: «Il consumo è cambiato».

«Una democrazia forte, solida e sana si basa anche su una formazione del pensiero e un’informazione pubblica di qualità. Con la tragedia di Crans-Montana ci siamo purtroppo accorti dell’importanza di avere un servizio informativo attento, che conosca le situazioni e il funzionamento del paese di cui narra la cronaca». Così ha esordito ieri sera a La Domenica del Corriere – trasmissione in onda su TeleTicino – il presidente del Comitato «insieme per la Rsi» Michele Bertini, lanciando la discussione sulla votazione del prossimo 8 marzo concernente la proposta di riduzione del canone radiotelevisivo. Con su «sì» alle urne «sarebbe a rischio il nostro sistema-Paese, dove c’è una marcata attenzione al più piccolo», ha avvertito Bertini.

Chiesa: «C'è un dominio da parte della SSR»

«Bisogna iniziare a fare chiarezza su cosa dice l'iniziativa», ha replicato il consigliere agli Stati Marco Chiesa (Udc). «In caso di ‘sì’ alle urne, tutte le economie domestiche in Svizzera verserebbero 200 franchi invece dei 335 odierni. Le aziende, che oggi pagano il canone, sarebbero invece esentate». L’iniziativa, però, «contiene anche due paragrafi molto importanti. Il primo è che la ripartizione favorevole alle minoranze rimarrebbe invariata; il Ticino riceve più di quanto versa e ciò verrebbe garantito. Vi è poi un altro aspetto importante: le emittenti private sarebbero garantite nei loro contributi». A tal proposito «vorrei far riflettere su un dato: TeleTicino riceve un contributo di 3,8 milioni di franchi per tutto il servizio pubblico che fornisce, mentre la Rsi ne riceve 280. Non c’è pluralità, c’è un dominio da parte della SSR, che verrebbe garantito anche in futuro».

Ferrara: «La Rsi impiega oltre 1'000 persone»

«Il tema della democrazia è importante, perché questa iniziativa ci dice in realtà che non serve una radiotelevisione svizzera per la Svizzera italiana», ha dichiarato la granconsigliera Plr Natalia Ferrara. «Una riduzione del canone è già prevista, ma se passerà il ‘sì’, con un canone a 200 il servizio radiotelevisivo come lo consociamo oggi nella Svizzera italiana non esisterà più, perché non si può pretendere di fare le stesse cose con molti meno soldi». Il paragone sui milioni «è interessante», ha aggiunto la deputata liberale. «È vero che la Rsi riceve questi importi, ma è anche vero che impiega oltre 1'000 persone e che attraverso al sua attività ne vengono impiegate altre 500 in varie imprese. Dove? Qui, nella Svizzera italiana».

Quadri: «La coesione nazionale non l’ha inventata la SSR»

«L’iniziativa vuole difendere il servizio pubblico radiotelevisivo, ma non tutto ciò che fa la SSR è servizio pubblico», ha puntualizzato il consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri. «Il suo pacchetto comprende infatti anche cose che hanno ben poco a che vedere con esso. Noi affermiamo quindi che 200 franchi di canone sono più che sufficienti per realizzare quel servizio pubblico necessario alla democrazia. E mi permetto di dire che la coesione nazionale non l’ha inventata la SSR: esisteva già molto prima». Secondo Quadri, occorre anche specificare che il consumo radiotelevisivo è cambiato. «Oggi molti cittadini, soprattutto giovani, pagano il canone più alto del mondo per non usufruire, di fatto, di questa offerta».

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