
San Valentino nell’era dell’intelligenza artificiale, tra cuori virtuali e promesse digitali. Se da un lato i protagonisti rimangono fiori e cioccolatini, dall’altro a farsi pericolosamente strada sono i «chatbot amorosi». «Si tratta di applicazioni di intelligenza artificiale, quindi capaci di dialogare, di andare in relazione con le persone, le quali nei momenti e nelle festività come quella di oggi – ricche di emozioni ed emotività – trovano un conforto emotivo», spiega a Ticinonews l’esperto di sicurezza e informatica forense Alessandro Trivilini. Conforto emotivo «al quale bisogna però prestare attenzione, perché parliamo di algoritmi addestrati non tanto a provare emozioni, quanto a riconoscerle, a suscitarle e – in qualche modo – anche ad alterarle e a manipolarle».
I pericoli
Secondo Trivilini, il rischio è che nella vita reale vi sia poi una sorta di necessità di continuare a mantenere viva quella relazione, «perché nel mondo vero c'è qualcuno che non ti dà sempre ragione. Invece, con l'intelligenza artificiale generativa di oggi, andando in relazione trovi sempre quel conforto, quella pacca sulla spalla che – ripeto – a tutti noi esseri umani fa piacere avere nei momenti di sconforto». Tuttavia «l'algoritmo, che non ha una coscienza e neppure la capacità di comprendere un'emozione, ci nutre, come risposta alle nostre domande, proprio con queste emozioni». Il pericolo quindi «è di non poterne fare a meno e di utilizzare queste applicazioni un po' troppo frequentemente e senza consapevolezza e responsabilità».
Attenzione alle truffe
Non bisogna neppure dimenticare che il rischio delle truffe è dietro l’angolo. «Questo aspetto è determinante per chi usa le tecnologie digitali per commettere dei reati e delinquere», prosegue Trivilini. «Una volta che riesco ad avvicinare le persone, a entrare in relazione con loro, io so che il giorno in cui andrò, diciamo, ‘a pesca’ in quel laghetto, avrò tanta gente in attesa di poter abboccare all'amo, per esempio, del phishing». Phishing grazie al quale «vengono poi chiesti dati personali e bancari, o magari di identificare un QR code con il telefonino che porta su un sito falso», conclude Trivilini.

