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Giornata mondiale
Salute mentale, al 143 si può parlare senza giudizio
© Shutterstock
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Red. Online
8 ore fa
Telefono Amico ricorda che il servizio è anonimo, gratuito e attivo 24 ore su 24 – L’ex volontaria Resy Canonica racconta la forza dell’ascolto: «La storia resta a chi la racconta»

Raccontare quello che si sta vivendo può essere un primo passo, anche quando non si cerca subito una soluzione. In occasione della Giornata mondiale della salute mentale, Telefono Amico invita a considerare l’ascolto una forma di attenzione verso sé stessi e gli altri.

Uno spazio per parlare

Chiamando il 143 si trova uno spazio nel quale esprimersi liberamente, senza giudizio. Volontarie e volontari formati sono a disposizione giorno e notte: chi telefona non deve necessariamente affrontare una crisi, ma può semplicemente avere bisogno di raccontare ciò che sta vivendo.

Ascoltare, ricorda l’associazione, non significa avere sempre le parole giuste o risolvere i problemi dell’altra persona. Significa esserci e accogliere quello che sta provando.

Un benessere che riguarda tutti

La salute mentale fa parte della salute di ogni persona e può cambiare nel corso della vita. La ricorrenza del 10 ottobre è quindi anche un’occasione per imparare a riconoscere i propri stati d’animo, concedersi il diritto di chiedere aiuto e prestare maggiore attenzione a chi ci sta accanto.

Dalla telecamera al 143

Giornalista e autrice di documentari, Resy Canonica ha trascorso anni raccogliendo storie con la telecamera e il microfono. Poi è diventata volontaria di Telefono Amico: «Credevo di sapere che cosa significasse ascoltare. Poi sono diventata volontaria del Telefono Amico, e ho capito che c’era ancora strada da fare». Nel documentario, racconta Canonica, chi parla ha un volto e sa che la propria storia sarà vista. Al 143, invece, «non c’è un volto, non c’è un nome, non c’è nessuna immagine da proteggere. C’è soltanto una voce». L’anonimato può aiutare a raccontare paure e sofferenze difficili da condividere altrove. In quei momenti, scrive l’ex volontaria, non servono necessariamente risposte: «Serve restare. Lasciare spazio alle parole, ai tempi, ai silenzi. Non giudicare, non minimizzare, non affrettarsi a consolare». E al telefono «la storia resta a chi la racconta». Canonica continua a credere nel valore delle storie raccontate in pubblico per combattere lo stigma. Ma sottolinea anche l’importanza di un luogo discreto, aperto giorno e notte, in cui parlare senza essere visti: «Nessuna delle due basta da sola».