
Per il salario minimo, il dado è tratto. Ottenuta luce verde dal Tribunale Federale, oggi la legge entra in vigore. Un appuntamento che ha imposto alle aziende con soglie salariali inferiori ai 19 franchi di rivedere le buste paga. Ma c’è anche chi, stando al presidente di AITI Oliviero Pesenti, intervistato da Ticinonews, nelle scorse settimane ha bussato alla porta di Tisin e di altri sindacati: “Le aziende sono pronte ed erano già pronte prima perché si sapeva che si sarebbe andati a finire così. Diciamo che i contraccolpi rischiano di essere pesanti, anche se fortunatamente non per tutte le aziende, e loro ora giustamente si stanno adoperando per trovare delle soluzioni. Non so se oggi questi contratti sono già stati sottoscritti ma so di aziende che si sono rivolte a TiSin o altri sindacati”.
Quattro aziende bussano a TiSin
Ticinonews si è quindi rivolta a Vincenzo Cicero di Unia per capire come si è mosso il suo sindacato nelle ultime settimane: “Le aziende che sono in trattativa con altri sindacati da noi hanno ricevuto la risposta che era di dovere. Tra l’altro un paio di settimane fa abbiamo anche disdetto un contratto collettivo dove non c’era la disponibilità padronale ad allinarsi ai salari minimi. Ci sono però altre aziende”, aggiunge, “che stanno firmando il famoso contratto collettivo di Ticino Manufacturing. Ne contiamo quattro a nostra conoscenza soltando da giovedì”. Tra queste ci sarebbero Gipienne e Ideal-Tek di Balerna (che si erano appellate al Tribunale Federale) e, secondo informazioni de La Regione, anche Tecnomedia e Tecnomatic.
Aiti: “Capiamo questa scelta, ma non la condividiamo”
Un atteggiamento che Pesenti non si sente di condannare, purché rispetti la legge in vigore. Leggasi: l’eccezione del contratto collettivo. I motivi sono molteplici. Oltre ad una questione di qualifiche, difficoltà nel reperire materie prime e franco forte non aiutano, anzi: “Aspettiamo di sapere se questo sindacato TiSin sarà veramente considerato un sindacato”, ha dichiarato Pesenti, “chiaro che noi non incentiviamo questo modo di fare presso i nostri soci. L’abbiamo già detto, scritto e li abbiamo informati della situazione. Però capiamo benissimo anche noi che ci sono delle aziende associate che fanno fatica e queste aziende vanno aiutate”.
Cicero: “Chi non può pagare 19,5 franchi deve andarsene”
Nonostante il contesto, nessuno ha per ora annunciato licenziamenti, ci dice Pesenti. C’è chi ventila dislocamenti, per esempio in Romania, ma secondo il presidente di AITI, questa sarebbe davvero l’ultima ratio. Il rischio per lui è un altro. “Le aziende non potranno da sole sopportare l’aumento della massa salariale e per questa ragione rischiano di dover intervenire sulla massa salariale più alta, dove ad essere toccate saranno le persone che abitano qua”. Un’opinione non condivisa da Vincenzo Cicero: “Io penso che se ci sono aziende che oggi non possono pagare un misero salario di 19,50 fr non fanno bene al nostro territorio e se ne devono andare. Firmare un contratto collettivo al primo di settembre era già al limite”, aggiunge, “farlo il 30 di novembre è inaccettabile e il Governo non può far finta di nulla, può dare un’accelerata e intensificare i controlli”.
Mon Repos respinge un altro ricorso
È poi di oggi un’altra notizia. I giudici di Mon Repos hanno respinto anche il ricorso contro il contratto normale di lavoro per il settore delle apparecchiature elettroniche. Le aziende del ramo dovranno quindi adeguarsi con effetto retroattivo al primo luglio alla forchetta salariale tra i 19 franchi e 50 e i 21 franchi e 35. Soglie, insomma, superiori a quelle iniziali dettate dal salario minimo. Tra le ditte implicate, ve ne sono anche alcune che hanno firmato con Tisin: “Vi ricordo che il contratto normale di lavoro”, conclude Cicero, “era stato emesso dalla Tripartita proprio perché erano stati riscontrati degli abusi. Hanno messo in piedi un cinema sostanzialmente per nulla”.
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