
"Francamente sono preoccupato, oltre che come giudice, anche come cittadino. Non vorrei che un domani ci trovassimo in aula a discutere di fatti ben più gravi". Il giudice Mauro Ermani non ha usato giri di parole per esprimere le sue perplessità riguardanti la gestione della vita carceraria all?interno del penitenziario della stampa. La preoccupazione del giudice è emersa questo pomeriggio in occasione del processo a carico di quattro albanesi, un italiano e un ticinese accusati di aver trafficato dal gennaio al settembre del 2009 sei chili di cocaina nell'ambito dell'inchiesta Rio. Un processo nel quale due fratelli albanesi di 21 e 24 anni, devono rispondere anche della rissa all'interno del penitenziario della stampa del primo maggio. Una bagarre nella quale ad avere la peggio è stato il maggiore dei due fratelli, colpito probabilmente con un coltello all'avambraccio da un dominicano, nel frattempo rimpatriato. Ma i segnali di quanto sarebbe successo nei locali in comune del primo piano della Stampa, nota anche come l'ala dei latinoamericani, erano già chiari al mattino quando un dominicano e uno degli imputati albanese sono arrivati alle mani nella palestra del carcere. Nel pomeriggio di quel primo maggio un gruppo di albanesi, tra i quali i due fratelli, uno dei quali armato di bastone, raggiungono il primo piano per risolvere la questione. E qui sorge uno dei tanti dubbi sulla gestione del carcere espresse dal giudice Ermani, il quale in aula si è chiesto come mai, nonostante il clima teso già al mattino tra due fazioni, la porta di accesso al piano superiore non sia rimasta chiusa. Ma torniamo alla rissa che scoppia inizialmente nella cucina dove alcuni detenuti dominicani stanno cucinando. I fratelli albanesi entrano nel locale e aggrediscono a bastonate e pugni due dominicani. "Prendo atto che al momento degli scontri nella cucina non c'era nessuna guardia carceraria che controllava" ha detto in aula Ermani. Il giudice si è poi chiesto come facciano a girare all'interno di un carcere simili bastoni e quindi "ci si può anche interrogare sul perché in un penitenziario si sia scelto di usare ad esempio coltelli di acciaio anziché in plastica?". Dal canto loro i due albanesi oggi alla sbarra hanno scelto di tacere rispettando le regole del carcere, secondo le quali un detenuto, per salvarsi la pelle, non fa la spia. Inoltre nel caso della rissa del primo maggio, in assenza di videosorveglianza, gli inquirenti possono basarsi solo sul racconto dei protagonisti della rissa e delle frammentarie testimonianze degli agenti di custodia. In mattinata il processo si era aperto con la ricostruzione dei fatti relativi allo spaccio nel Luganese di sei chili di cocaina proveniente dall'Italia. Un traffico che ha visto protagonisti a vario titolo i sei imputati comparsi oggi davanti alle assise criminali di Lugano. Il dibattimento riprenderà domani. La sentenza è attesa per venerdì. [email protected]Foto CdT Nicola Demaldi
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